Novelle · Edmondo De Amicis

Chapter 2: Camilla

RACCONTO.

[Illustrazione]

I.

Una vecchia signora della città di***, avendo bisogno di una donna di servizio, pregò per lettera una amica, che stava in una città vicina, di mandarle la sua; quest'amica doveva abbandonar l'Italia tra poco.

La risposta non si fece aspettare, e fu affermativa. — La ragazza — diceva la lettera — partirà domani. Non vi posso dare informazioni intorno alla sua famiglia, perchè essa non me n'ha mai voluto dare, e non ho potuto procurarmele io, perchè non mi ha nemmeno voluto dire di che paese sia. Qualunque altra donna m'avesse voluto tenere questo segreto, le avrei detto: — Tenetevelo, e andate pei fatti vostri. — Con questa ragazza non n'ebbi il coraggio; mi parve fin dalle prime così buona, onesta e gentile, che dovetti accettarla senz'altro. Forse si avrà a vergognare dei suoi parenti, e per questo non vorrà che si conoscano. Checche ne sia, sono profondamente persuasa che in questo mistero essa non ci ha colpa. Ve la mando senza timore. Usatele però dei riguardi, risparmiatele certe fatiche, perchè è debole e malaticcia. È anche bellina, badate. —

La ragazza venne, si presentò alla signora timidamente, aveva un bel sorriso, piacque, si accordarono. Si chiamava Camilla. Non era bella, ma simpatica: un po' pallida e malinconica; sorrideva solamente quando le parlavano, come per dovere di cortesia.

Sin dai primi giorni la signora cercò di saper qualcosa della sua famiglia. Si turbò, diede risposte vaghe, pareva che quelle domande le facessero male. La signora voleva sapere almeno dov'era nata. Essa pronunziò il nome di un villaggio, il primo che le occorse alla mente, con un'aria che diceva: — Non è questo; ma ve lo dico, per cavarmi di imbarazzo. — Bastò: la signora non insistette di più; ritentò qualche tempo dopo, ma collo stesso effetto; decise infine di non darsene pensiero.

Ogni giorno si mostrava più diligente, più mansueta, più dolce. La figliuola piccina della signora le aveva posto un affetto vivissimo; la signora stessa non faceva che lodarsene e compiacersene con parole che parevano ispirate da una calda simpatia; di che il marito soleva canzonarla, dicendole ch'ella era un'anima romanzesca soggiogata dal fascino del mistero; ma che il tempo avrebbe fatto la luce, e la luce rischiarato Dio sa che cosa. Ma il tempo non rivelò nulla, e Camilla si fece sempre più amare.

Aveva un solo difetto, se si può chiamare difetto una sventura: ed era una estrema sensitività nervosa, che la faceva tremare a un rumore improvviso, all'apparire inaspettato di una persona, a una voce che la chiamasse da un'altra stanza, a qualunque movimento o suono o vista, a cui non fosse preparata. Qualche volta le prendeva quasi male. Nè letture di cose tristi, nè narrazioni di misfatti, nè descrizioni di spettacoli, nei quali fosse la più lontana idea di un pericolo, si potevano fare in sua presenza senza che dèsse così manifesti segni di turbamento e di pena, da fare smettere il parlatore più ostinato. Quando una, quando due volte al mese, non per altra cagione che per queste scosse, era costretta a mettersi a letto, e a starci un par di giorni, prima dolorosamente agitata e poi rifinita come da una lunga malattia.

Una sera tutta la famiglia era raccolta nella sala da pranzo, e Camilla seduta in un canto. Era notte avanzata; chi leggeva, chi scriveva, nessuno parlava; non si sentiva fiatare. Sul terrazzino c'eran dei vasi di fiori; e solo il rumore delle foglie scosse dal vento, e i rintocchi lontani di una campana turbavano quel silenzio. A un tratto s'udì in una stanza accanto un colpo forte come di cosa pesante caduta dall'alto, e insieme un acutissimo grido. Quasi nello stesso punto un altro grido, più acuto del primo, proruppe dalla bocca di Camilla. La signora, il marito, i figliuoli, senza badare a lei, corsero nell'altra stanza. — Non è nulla! — gridò dopo un momento la madre. Era la bambina che, cercando al buio la corda del campanello per fare uno scherzo, aveva urtato colla mano in un grosso martello appeso al muro, e il martello le era caduto sui piedi. Tornarono subito nella sala da pranzo e là videro Camilla distesa in terra. L'alzarono, le sanguinava il viso; nel punto stesso che aveva gettato il grido, era svenuta, e nel cadere aveva dato della fronte contro una seggiola. La portarono a letto, rinvenne; ma le si manifestò subito una febbre così violenta, che ne furon tutti spaventati. Quando potè parlare, domandò che cosa fosse stato quel colpo e quel grido; glielo dissero; dapprima pareva che non volesse credere, non era bene in sè, usciva in esclamazioni senza senso. Poi parve che ricuperasse la ragione, e allora, fattosi spiegare di nuovo quello che era accaduto, domandò perdono dell'inquietudine di cui era stata cagione, e pianse. Cercarono di consolarla. — Che c'è da piangere? — le domandò la bambina. Ed essa piangendo più forte rispose: — Lo so io! —

Il giorno dopo mandarono pel medico. Il medico venne e, prima d'entrare nella camera di Camilla, si fece raccontare tutti gli accidenti che avevano preceduto la malattia. Entrato, esaminò la malata, le fece qualche interrogazione intorno al suo stato presente, e poi le domandò:

— Dica: ha mai avuto nessun grande spavento nella sua vita? —

La ragazza si scosse violentemente, e di pallida che già era, diventò pallidissima.

— Mi risponda sinceramente; le faccio questa domanda per suo bene.

— Nessuno spavento... — balbettò Camilla dondolando il capo, e fingendo di cercare nella sua memoria.

— Me lo può assicurare? — ridomandò il medico.

— .... Sì.

— Mi perdoni se insisto, — il medico ripigliò. — Lei, forse, per certe ragioni sue particolari, non mi vorrà dire la verità; ma lei ha veramente avuto qualche grande spavento, che le deve aver fatto molto male; me lo dica; una caduta? un pericolo corso da lei o da qualcuno della sua famiglia? un delitto commesso in una strada o in campagna, di cui lei sia stata spettatrice all'impensata? —

Camilla tremò forte come se le pigliasse la febbre; poi chiuse gli occhi, e voltò la testa dall'altra parte lasciandola cadere pesantemente sulla spalla.

La bambina mise un grido.

— Non è nulla, — disse il medico· — mi lascino solo; forse non vuol confidare il suo segreto che a me. —

Fu lasciato solo.

Di lì a un quarto d'ora uscì, e tutta la famiglia gli si strinse intorno.

— Non le ho cavato di bocca una parola, — disse il medico; — ma sono più che mai persuaso che una grande commozione di spavento sia stata la cagione della sua malattia; essa non vuol dir nulla; è segno che c'è sotto qualcosa. La malattia è grave, il sistema nervoso ha avuto una scossa funesta. La giovane, a quanto pare, era già prima di una complessione fisica assai delicata; il colpo, che non avrebbe forse offeso una persona robusta, è stato troppo forte per lei. Loro potranno tentare di scoprir qualcosa; ma non è necessario; la natura della malattia è abbastanza palese.

A un'ultima domanda direttagli mentre apriva la porta per uscire, rispose sottovoce poche parole che fecero restar tutti pensierosi.

L'inferma andò peggiorando rapidamente. Spesso le venivano accessi di delirio, a cui tenevan dietro spossatezze mortali e letarghi profondi. Delirando parlava, e tutti raccoglievano ansiosamente le sue parole, per veder di cavarne qualche lume sul fatto che essa mostrava di voler nascondere. Ma non riuscirono a nulla. Osservarono però un atto che faceva sovente, di coprirsi il volto colle mani e di scotere il capo come vien fatto alla vista improvvisa di qualcosa che ci metta orrore. Qualche volta si metteva a sedere sul letto e guardava qua e là pel pavimento cogli occhi stralunati, come se ci fosse qualcosa di sparso che si movesse. Tratto tratto, nei momenti di maggiore agitazione, faceva un cenno per imporre silenzio, si cacciava una mano dietro l'orecchio come per raccogliere meglio un suono lontano, e gridava con un accento di terrore: — Giù! — Ma l'idea più strana, alla quale essa tornava ogni momento, e qualche volta anche a mente tranquilla, era che qualcuno cercasse di portarle via la sua roba: un par di vestiti e un po' di biancheria, che eran chiusi in un piccolo baule accanto al letto. Vi teneva l'occhio su continuamente; si sarebbe detto che aveva là dentro qualche gran segreto. Un giorno disse che voleva bruciare ogni cosa, e la bambina le rispose che non gliel'avrebbero permesso. — Allora, — mormorò essa, — mi prometta che lo faranno appena sarò morta. — Del resto, era sempre dolce e rassegnata, e non finiva mai di ringraziare i suoi padroni delle cure che le prodigavano e dell'affetto che mostravan di avere per lei. — Io lo so che debbo morire, — disse un giorno alla signora... — ci son preparata; ma mi rincresce di morir qui, e dar un dolore a loro che mi hanno fatto tanto bene... (e poi guardando intorno) e rattristare anche la casa. Mi faccia una grazia, mia buona signora! — proruppe finalmente con voce supplichevole; — mi faccia portare all'ospedale! —

Una mattina, con grande stento e con molta segretezza, scrisse una lettera. La signorina se n'accorse, e le disse di dargliela che l'avrebbe fatta portare alla posta. Camilla ricusò, e la pregò invece di far venir la portinaia, che non sapeva leggere. La portinaia venne, e Camilla le mise la lettera in tasca, facendosi promettere che l'avrebbe gettata in buca senza far vedere l'indirizzo a nessuno.

Intanto andava sempre più perdendo le forze, e il medico non le dava più che pochi giorni di vita. Una sera, presa da que' soliti accessi di febbre nervosa, dopo lunghi spasimi, ma colla mente serena e presente a sè stessa fino all'ultimo momento, morì. Le ultime sue parole, colle quali parve che volesse svelare qualcosa, non furono intese.

Fu convenuto allora di far nuove ricerche intorno alla famiglia, per poterle almeno mandare la roba della giovane, non perchè si credesse che i suoi parenti l'avrebbero in alcun caso richiesta per ciò che valeva, ma perchè si supponeva che avrebbero avuto caro quel ricordo. Si scrisse, si fece domandare, investigare; infine si pensò di aprire il suo baule per vedere se ci fosse qualche lettera, o appunto, o indizio qualsiasi di dove fosse nata e da chi. Il baule fu aperto in presenza del medico e di tutta la famiglia. La signora tirò fuori ad uno ad uno i panni e la biancheria. In fondo, in mezzo a due o tre involti, si trovò una lettera aperta. La signora la prese e la lesse: erano poche righe scritte da Camilla; una lettera cominciata e lasciata a mezzo, senza intestazione. Diceva: “... Dopo quel giorno io son sempre stata male, perdevo le forze e non reggevo più ai lavori di campagna. Per questo in casa mi trattavano con cattivi modi e mi dicevano che non ero più buona a nulla; e spesso anche mi rinfacciavano il tuo caso, e mi facevano capire che sospettavano di me, che io ti avessi consigliato. Questo sospetto finì di togliermi il coraggio, e loro mi avrebbero forse cacciata di casa, perchè ero inutile; ma io presi la risoluzione di andare a servire in città, e speravo di trovare qualche buona famiglia che avesse compassione del mio stato, e mi pigliasse in casa per i servizii che non vogliono tanta fatica; e poi non potevo più stare in quella casa dopo quello che era accaduto, perchè mi faceva paura, e soffrivo troppo. Ora eccomi qui in città e ho trovato una buona famiglia: ma non dico nulla a nessuno, e non dirò mai nulla; solamente a pensare che qualcuno lo sappia mi pare che avrebbero orrore di me che non ci ho colpa; e non voglio nemmeno che a casa abbiano mie notizie: io gli perdono, ma mi hanno trattato troppo male a lasciarmi andar via sola, malata com'ero, e senza protezione....„

— C'è dell'altro scritto, — osservò il medico.

La signora voltò il foglio; c'era in fatti qualche riga, in fondo a una pagina piena di cancellature, che nascondevano affatto lo scritto: “Io ho poi fatto un involto di quel vestito e per levarmelo d'innanzi agli occhi l'ho cacciato in fondo al baule. Sono passati tanti mesi e sempre mi pare d'avercelo messo ieri, e non ho più avuto il coraggio di toccarlo; che appena a stender la mano mi sento tremare tutta, e quasi mi mancano le forze....„

— Vediamo l'involto, — disse la signora riponendo la lettera; e tirò fuori dal baule un involto fasciato di carta. Stracciò la carta e n'uscì un vestito di donna.

— Che cos'è questo? — gridò spaventata la signora, guardandolo da tutte le parti.

Il medico si mise gli occhiali, prese il vestito, lo guardò qua e là attentamente, e lasciandolo cadere in terra, disse: — È macchiato di sangue. —

Questa scoperta diede luogo a un'infinità di congetture e di sospetti; ma non rischiarò punto il mistero. La famiglia, d'altra parte, non fece altre ricerche; e a poco a poco lasciò cadere la cosa in dimenticanza. Quando una sera tardi — circa un anno dopo che avevano aperto il baule — si presentò all'uscio uno sconosciuto chiedendo di parlare alla signora.

La signora lo ricevette nell'entrata, insieme con suo marito e i suoi figliuoli. Era un giovane sui venticinque anni, pallido, meschinamente vestito, coi capelli lunghi, d'un aspetto dimesso come un povero; ma con cert'occhi che non ispiravan punto fiducia.

Gli domandarono che cosa voleva.

Egli guardò intorno con un'aria attonita, come se riconoscesse la casa, e mostrando un foglietto di carta che teneva in mano, domandò umilmente:

— Son loro i signori***? —

Gli risposero di sì.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava Camilla, e che è morta.

— Che è morta, — rispose la signora fissandolo.

— E.... — domandò il giovane con voce commossa — com'era caduta?

— Com'era caduta? — ripeterono tutti maravigliati.

— O non è morta, — riprese il giovine, mostrando di nuovo la lettera; — non è morta per conseguenza d'una caduta dalla finestra.... ed ebbe appena il tempo di scrivermi?

— Che! — rispose la signora; — è morta d'una malattia nervosa, la povera giovane; una malattia che la fece soffrire tanto tempo, morta quasi di consunzione, per un grande spavento che si dice avesse avuto non si sa quando; una disgrazia, che so? qualche terribile caso di certo; — e lo guardava fisso.

Lo sconosciuto rimase qualche momento senza parola, colla bocca aperta e cogli occhi spalancati; poi cominciò a contrarre il viso, a tremar tutto, a guardar or l'uno or l'altro con un'espressione di angoscia; in fine gettò un grido doloroso e si precipitò giù per le scale.

Gli si slanciarono dietro, volava, non lo raggiunsero.

Si può immaginare la curiosità, la trepidazione, i sospetti, che la visita inaspettata di quell'uomo dovette far nascere. Per parecchi giorni non si pensò e non si parlò d'altro; chi consigliava di riferire il fatto alla Polizia, chi di andare in traccia dello sconosciuto per la città, chi di ricominciare le ricerche intorno alla famiglia di Camilla. Quando una sera, che c'era il medico, e si discorreva sull'argomento solito, sentirono picchiare all'uscio, e dopo un poco la voce della donna di servizio che diceva dall'altra stanza: — Signori, vengano un momento loro: io ho paura. —

Tutti accorsero: era lo sconosciuto, più pallido e più malandato che la prima volta, coi panni che gli cadevano a brandelli.

— Che volete qui? — gli domandarono.

Egli fissò la signora con tanto d'occhi, come se non l'avesse mai vista, e disse:

— Son loro i signori***?

— Sì, ve l'abbiamo già detto, — rispose la signora.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava Camilla, e che è morta?

— O non vi si è già detto? — esclamarono tutti meravigliati.

— Perdonino, — mormorò il medico, facendo un cenno alla famiglia, e avvicinatosi allo sconosciuto, lo prese pel braccio, e gli disse amorevolmente: — Andatevene pei fatti vostri, buon uomo; qui non c'è nulla per voi; andate. —

E lo spinse fuori adagio adagio, e chiuse la porta. Poi si voltò verso la famiglia che aspettava una spiegazione, e disse: — Quel giovine è diventato scemo. —

II.

Nella provincia di***, in Piemonte, v'è un villaggio, che la gente dei dintorni chiama il villaggio dei Musi duri, per canzonare la musoneria dei suoi abitanti. E debbono essere in fatti i più serii della provincia, se è vero che la natura del luogo dove s'abita produca sempre un qualche effetto sulle indoli e sugli umori; perchè il villaggio è posto in una bassura profonda, scarsa di luce, quasi sempre coperta di nebbia e circondata dì monti alti e rocciosi. Però quel duri s'addirebbe anche meglio alle teste che ai visi, perchè il contadino di quella terra ha in sommo grado il carattere del contadino piemontese; buono, onesto, operoso; ma in tutte le faccende di questo mondo, in cui occorra di mutar parere, di cedere, di piegarsi, più duro del granito. E come in mercato, per ridurlo a lasciarvi passare, dopo avergli detto tre volte: — Permettete! — siete costretti a dare cinque passi indietro, prendere una rincorsa di fianco, e urtarlo in modo da sbalzarlo nel muro; così quando si tratta di sradicargli un pregiudizio, di spuntargli una picca, di rimuoverlo da una risoluzione, il più longanime e vigoroso ragionatore del mondo ci perde la pazienza e la voce; e gli bisogna proprio concludere, come dicono le mamme ai fanciulli testardi, che non c'è altro che tagliargli il capo. E son così rigidi e cocciuti, ma non punto corti d'intelligenza. Stentano ad intendere, sì, e stanno un pezzo cogli occhi imbambolati e la bocca aperta prima d'afferrare un'idea; ma poi la imprigionano in quella loro mente rozza, e ce la tengono, quasi gelosi della conquista, con una stretta così tenace, e tanto la voltano e la rivoltano e la rimuginano, che finiscono per possederla e comprenderla meglio d'un'intelligenza aperta che l'abbia colta di volo. Ma questa loro tardità d'intelletto, che essi sanno d'avere, e una tal quale grossolana astuzia che li fa temere sempre d'essere gabbati dalla gente più destra, dà ai loro modi e al loro linguaggio un che di monco, di gretto, di diffidente, che, a primo aspetto, li fa giudicare assai peggio di quello che sono. Del resto, hanno capito fin dalle prime, che per non essere messi in mezzo dai furbi, una delle prime cose da farsi era imparare a leggere e scrivere, e perciò hanno fatto buon viso alle prime scuole che furono aperte nel villaggio, e ci mandarono i figliuoli, e finirono con andarci anche i vecchi. In fondo è un villaggio, che beati noi se da un capo all'altro d'Italia gli somigliassero tutti.

Pochi anni sono, in una casa di contadini posta all'estremità di questo villaggio, accanto alla strada maestra, ci stava un giovane che per la sua cocciutaggine e il suo cipiglio si poteva proprio dire che fosse la espressione più fedele della natura di quella gente. Non era un accattabrighe, nè un ipocrita, nè un vizioso; che anzi bazzicava pochissimo cogli altri giovani del paese, e passava il più dei giorni in casa, e non aveva mai fatto sparlare dei fatti suoi; ma spiaceva a molti e di pochissimi era amico, non per altro che per l'orgogliaccio ombroso e stizzoso che traspariva dai suoi modi e dalle sue parole. Era uno di quelli che quando vi parlano, vi guardano il vestito, il cappello, le scarpe, e vi girano cogli occhi intorno al viso, e non vi fissano mai; sorridono e rassegano subito il sorriso; sbadigliano, e strozzano a mezzo lo sbadiglio; muovono una mano e la lasciano in aria come la mano d'un fantoccio; e ogni loro parola, o sguardo, o gesto è pensato e stentato; e finiscono col metter nell'imbarazzo anche voi, e non vedete l'ora di lasciarli, e voltandovi, quando li avete lasciati, sorprendete il loro sguardo nel punto che, sorpreso, vi fugge. Carlo era uno di costoro, e per questo spiaceva anche alle donne, benchè non fosse punto sgradevole d'aspetto. Era una figura, che nel villaggio, in mezzo alla folla che esciva di chiesa dopo la Messa, tra quelle cento faccie dalle fronti schiacciate, dai ciuffi irsuti, dai nasi torti e dal colore di terra cotta, tirava lo sguardo subito pei suoi tratti regolari, per gli occhi grandi e per la pallidezza. Era bassetto della persona e asciutto, ma d'apparenza robusta; e quel suo continuo corrugar della fronte gli dava allo sguardo una espressione di fierezza, che quando non era turbata dalla collera poteva piacere.

Egli aveva solamente il padre, che lavorava in una città lontana; e viveva nel villaggio con certi suoi zii e cugini, tra i quali una ragazza che si chiamava Camilla, rimasta orfana, e stata accolta in casa dalla famiglia stessa che aveva accolto lui. Con questa ragazza egli era vissuto fin da bambino, e com'è facile immaginare, appena arrivato all'età, in cui si comincia a guardar con occhio diverso il compagno di scuola e la figliola del portinaio, aveva preso, per dirla colle contadine toscane, a discorrerle; ed essa a rispondere, e la famiglia a lasciar correre, pensando che a suo tempo si sarebbero potuti sposare.

Questa ragazza che aveva sedici anni (tre meno di Carlo), era d'indole e di modi affatto diversi da lui. Ma l'affetto era nato colla dimestichezza, quasi di nascosto, ed anco perchè gli estremi, posto che si dice che si toccano, bisogna pure che s'avvicinino; e poi perchè in lei, umile e affettuosa, c'era quel sentimento segreto che spinge la donna verso gli uomini di natura aspra e violenta, quasi per un bisogno naturale di versare in altri la dolcezza dell'animo proprio, un desiderio di combattere e di soffrire, di espiare colpe altrui, di fare scudo della propria bontà e dei proprii dolori, a chi ne ha bisogno, contro i castighi del cielo. Carlo, a modo suo, le voleva bene; ma la feriva spesso con parole durissime, o la spaventava con selvaggi impeti di collera; il che seguiva per lo più quando essa, vivace e risoluta nel combattere il male e nel propugnare il bene, lo affrontava in qualche sua caparbietà colpevole, e col linguaggio stringente della convinzione e dell'affetto gli faceva capire d'aver torto; onde il suo orgoglio ferito, non sapendo come difendersi, assaliva. Ma le battaglie duravan poco: essa implorava la pace; e quando quella stessa sommissione, che era una maniera di vittoria, non tornava a inasprire l'avversario, la pace era fatta. Qualche volta riusciva a frenarlo, ad ammansirlo, a volgerlo al bene, e allora n'andava altera. E ogni giorno più si stringeva a lui per quel che di chiuso, di misterioso quasi, che v'era nel suo carattere; appunto perchè, come sempre segue, il suo cuore era tenuto in una continua curiosità d'affetto, e sempre immaginava che la parte nascosta fosse la migliore, e che a furia di cure, di sommissione, di sacrifizii sarebbe riuscita a cavarla fuori e a darle il di sopra.

La sera essi solevano stare insieme, davanti alla porta di casa: Camilla, seduta, lavorando; egli ritto colle spalle al muro. Parlavano poco, specialmente Carlo. Quando aveva la lingua sciolta era cattivo segno: era certo un po' di bile compressa, cui aveva bisogno di dare sfogo; e allora gli uscivan di bocca i discorsi più strampalati del mondo: non lavorar più, fare il contrabbandiere, andare in un paese straniero: e la ragazza a combatterlo fin che aveva fiato e speranza, e poi lagrime. — Sono un cattivo soggetto, eh? — finiva per dir lui, mezzo pentito; e Camilla, racconsolata subito da quelle poche parole, gli rispondeva asciugandosi le lagrime: — Non lo credo... —

III.

Una sera, all'ora convenuta, egli le venne accanto più accigliato del solito, e, strettale la mano, stette lungo tempo immobile, colle spalle al muro, muto. Camilla lo guardò di sfuggita, e n'ebbe quasi paura: non l'aveva mai visto così stravolto; era pallido e tremava.

— Che cos'hai? — gli domandò.

— Ho.... — rispose lui con impeto, senza voltare la testa — una bagattella. Ho che cinque giorni fa, quando abbiamo ricevuto la notizia che mio fratello maggiore era morto, non abbiamo pensato a una cosa!

— A qual cosa?

— Non ci abbiamo pensato nè io, nè tu, nè i miei parenti, nè il Curato, nè un cane al mondo, e non par possibile, bisogna dir proprio che avessimo la testa non so dove.

— Ma di' dunque!

— Dico, dico.... pur troppo che l'ho da dire: mi tocca andar a fare il soldato, eccola detta. —

La ragazza gettò un grido e balzò in piedi.

— Ora lo sai che cos'ho, — soggiunse il giovane.

E poco dopo riprese: — È così. La legge, se non lo sai, quando ci son tre figliuoli, piglia il primo e l'ultimo; e quando il primo muore, lascia star l'ultimo e piglia il secondo; io sono il secondo, tocca a me.

— Ma.... — disse la ragazza non ancora rinvenuta dal primo stordimento — è vero?

— Se è vero! Me l'ha detto il Sindaco, e poi va a vedere, hanno aggiunto il mio nome all'elenco. E non basta. Tra mio fratello e me non c'era che un anno di differenza; a me, in giusta regola, sarebbe toccata la coscrizione l'anno venturo; ma quest'anno, come saprai, e se non lo sai te lo dico, fanno due leve in una volta, perchè sono in credito d'una; per conseguenza siamo serviti. Tra un mese, via!

— Ma è possibile? — esclamò la ragazza con voce alterata.

— E come! — rispose il giovane con un sorriso rabbioso. — Ma non c'è da darsene pensiero, sai! Che cosa sono cinque anni! Una bagattella! Zaino, gamella, pan nero, e avanti! E viva il Re! —

E diede un così forte pugno nel muro che s'insanguinò le dita.

— Ma Carlo! — gridò Camilla afferrandolo; — cosa fai!

— Cosa faccio? — rispose egli con un riso convulso; — guarda cosa faccio! — e fece un atto impetuoso come per darsi un pugno nel mento. Ma fermò il braccio ad un tratto, diede in una risata ed esclamò: — Ah! mi dimenticavo che non si stracciano più le cartucce coi denti; tanto vale conservarli.

E si mise a passeggiare avanti e indietro canterellando colla voce strozzata fra i denti.

Camilla pallida, fuor di sè dalla sorpresa e dal dolore, lo seguitava senza parola, guardandolo cogli occhi spalancati.

— Cosa ne dici? — domandò Carlo fermandosi.

— Ma cosa ne ho da dire! — proruppe Camilla con voce tremante. — Ti dico che mi sembra un sogno! Ti dico che non ci posso credere! Ti dico che mi scoppia il cuore! — E gli gittò le braccia al collo singhiozzando.

— Oh lasciami stare! — egli rispose bruscamente svincolandosi e pigliando la via del villaggio; — ci vuol altro che tenerezze! —

IV.

Dopo un breve tratto di strada, Carlo incontrò un suo amico del villaggio, un uomo sui trent'anni, alto e asciutto, cogli occhi lustri e colla bocca torta in un atteggiamento sprezzante; il quale aveva nel vestire una certa attillatura rara a vedersi in giovani di campagna: capelli unti, cravattino, polsini e un par di grandissimi calzoni stretti intorno al collo del piede. Era uno di quei tanti cattivi contadini che hanno fatto malamente il soldato e che ritornano a casa peggiori di prima: colla goffaggine indelebile della loro natura, accresciuta dai vizii che presero in città e della spavalderia che impararono in caserma; un misto di villani, di bravi e di beceri, che puzzano d'acquavite e di pomata, e disprezzano “l'ignoranza.„

Costui, tornato in congedo al villaggio, aveva messo su una piccola bottega di liquorista.

Veduto Carlo, si fermò, e senza accostarglisi, gli disse con un sorriso compassionevole: — Lo so!

— E non c'è Cristi che tenga, eh? — soggiunse un momento dopo.

— Ci sei stato anche tu, — rispose Carlo.

— Gli è per questo, amico mio, che mi fai compassione! — Carlo rimase muto, cogli occhi fissi a terra.

— E Camilla? —

Carlo crollò le spalle.

— Mah! — soggiunse l'amico allontanandosi; — ora ci sei tu nelle peste: una volta per uno. —

Carlo si morse le labbra e tirò innanzi per la sua strada.

La voce s'era sparsa pel villaggio, egli era conosciuto, tutti lo guardavano. Qualcuno di quelli che avevano domestichezza con lui, vedendolo passare, si faceva sull'uscio della bottega, e gli gridava: — Si va, eh? — Altri, sogghignando, dicevano: — E' darà giù quella superbia! — E le ragazze: — Ora si vuol vedere Camilla! — Egli non guardava nessuno, ma si sentiva addosso, per così dire, gli sguardi di tutti; e in quel momento lo opprimeva assai meno il pensiero di dover andare a far il soldato, che l'immagine di tutti quei sogghigni della gente a cui era antipatico. — Se vi potessi pigliare uno alla volta! — brontolava, premendo il manico del coltello. Andò a parlare al Sindaco, rilesse l'elenco dei coscritti, e tornò a casa ch'era buio. Entrando, vide Camilla in un canto che piangeva, e allora, ricordandosi del modo brutale con cui le aveva dato la notizia della disgrazia, ne sentì rimorso, se le avvicinò e le disse piano: — Non c'è mica da disperarsi, poi.... Non è ancora sicuro.

— Come non è sicuro? — gridò la ragazza maravigliata.

— C'è anche la seconda categoria. — La ragazza stette pensando: seconda categoria, numeri alti, numeri bassi, quaranta giorni, — tutte queste idee le si affollarono nel capo confusamente.

— Mi potrebbe toccare il numero alto, — disse ancora Carlo.

— E allora non andresti! — esclamò Camilla.

— Ci andrei per quaranta giorni.

— Ma è proprio vero! — gridò la giovane con uno slancio di gioia.

— Sì; ma bisogna aver fortuna! — rispose Carlo.

— Ah sì! — gridò Camilla, — ma io pregherò tanto che Dio ci farà questa grazia — e corse a rinchiudersi nella sua stanza.

Carlo fu preso da un sentimento di tenerezza che da molto tempo non aveva più provato: ma poichè in lui anche i sentimenti teneri pigliavano un'espressione di dispetto e di collera, strinse il pugno, e, guardando il cielo stellato, mormorò a denti stretti:

— Ma è proprio una maledetta legge infame questa, che ci obbliga a lasciar casa, parenti, amici, tutto, per andar a fare.... il galeotto!

In quel momento una voce nella strada gridò canterellando:

— E non c'è Cristi! —

Era l'amico liquorista che, passando, aveva veduto spiccare la figura buia di Carlo sul fondo illuminato della stanza; Carlo ebbe un tremito.

— Zaino in spalla! — soggiunse la voce allontanandosi. E poco dopo:

— Pane colla muffa! —

E poi più lontano:

— E ferri corti! —

L'ultime parole furon seguìte da una risata, e poi tutto tacque nella strada buia e deserta.

V.

Venne il giorno che Carlo doveva andare in città a estrarre il numero. Partì la mattina presto per ritornare il giorno dopo alla stess'ora. Camilla lo accompagnò fin sulla strada, davanti alla casa, e facendo un grande sforzo, non pianse, e non profferì parola fino al momento di separarsi. Era pallida, e aveva negli occhi i segni della veglia e del pianto. Quando furono nella strada, raccolse tutto il suo vigore, richiamò tutto il suo coraggio, e stringendo tra le sue una mano del giovine, gli disse con voce tremante: — Torna subito. —

Carlo accennò di sì.

— E.... — proruppe essa con accento supplichevole — prendi un numero alto! —

Carlo sorrise, la baciò e s'allontanò rapidamente; essa rimase immobile.

— Un numero alto! mormorò un'altra volta con voce dolce e tremante.

Carlo, già molto lontano, si voltò; Camilla fece l'atto di estrarre il numero; poi convertì l'atto in un saluto; poi gli mandò un ultimo addio.

Dopo un po' rientrò in casa, e gittandosi sopra una seggiola, spossata dallo sforzo fatto, esclamò tristamente: — Ah, se il Re fosse qui a vedere quello che ci costa, non la farebbe mica fare la leva! Gli è che non lo sa, e non c'è nessuno che glielo faccia capire! —

Non è a dirsi in che stato d'animo passasse quel giorno e la notte seguente. A momenti si sentiva rifinita che le pareva di non poter più reggere fino al dì dopo; a momenti si sentiva dentro un'inquietudine, una smania, che le metteva quasi il bisogno di lavorare con furia, di affaticarsi, di stremarsi di forze, per cercare nella stanchezza un po' di riposo. Pregava, leggeva, usciva pei campi, tornava in casa, si buttava su tutte le seggiole, e sempre si vedeva davanti quella mano sospesa in atto d'entrare nell'urna e di estrarre il biglietto. Vedeva tutte quelle cartoline bianche, piegate, confuse, muoversi e rimescolarsi sotto le dita di Carlo come se fossero animate. — Questa! essa avrebbe voluto dire; — no, quell'altra! — No, per amor di Dio, quella sotto! — Ogni pezzetto di carta che vedeva in terra, i numeri scritti sui muri, qualunque oggetto che avesse una lontana attinenza a quello che le riempiva l'anima, le metteva un tremito. improvviso nel cuore. Due immagini, fra le altre, le si movevano di continuo davanti agli occhi: un soldato che s'allontanava per una strada deserta, e si faceva sempre più piccino, e spariva, e riappariva come un punto nero, e tornava a sparire; e un giovane vestito da paesano che per la stessa strada le veniva incontro cantando, con un numero sul cappello che diventava man mano più grande, fin ch'essa poteva leggerlo bene, un numero alto, il numero tanto sospirato, la sua salvezza, la sua vita. E queste due figure s'incontravano, si confondevano, si tramutavano l'una nell'altra con una vicenda rapidissima, che il cuore accompagnava con successione ugualmente rapida di gioie e di terrori faticosi e febbrili. E passò molte ore della notte pregando e piangendo.

La mattina dopo stette coi parenti ad aspettar Carlo davanti alla casa. Dopo una lunghissima ora, si vide apparire nella strada, molto lontano, un gruppo di gente, che fu riconosciuto subito al passo rapido, ai cappelli biancheggianti, ai canti che l'aria portava or sì or no all'orecchio, per il drappello dei giovani coscritti. Camilla s'appoggiò al braccio d'una sua parente; il drappello s'avvicinò; la ragazza e gli altri s'avanzarono.... Carlo non c'era!

I giovani passarono; avevan tutti il loro numero sul cappello; qualcuno salutò Camilla; essa non ebbe fiato per domandar notizie di Carlo; uno dei suoi parenti lo fece per lei.

— Carlo? — domandò a uno dei giovani rimasti addietro.

— È partito con noi, — rispose l'interrogato; — ma deve aver preso una scorciatoia.

— E che numero prese? —

Il giovane, chiamato dagli altri, pigliò la corsa senza rispondere.

— Il numero? Il numero? — gridarono Camilla e tutta la famiglia.

— Ecco il numero! — tuonò una voce improvvisa alle loro spalle.

Tutti si voltarono: era Carlo. Camilla gettò un grido disperato: egli aveva il numero sette.

VI.

L'amico di Carlo aveva fatto il soldato otto anni, aveva terminato il suo servizio d'ordinanza sulla fine del mille ottocento sessantasette, ed ora era libero affatto. Da soldato aveva appartenuto, in ispecie dopo la guerra del sessantasei, alla classe dei “malcontenti politici„; classe che un giorno si trovava soltanto fra gli ufficiali, che si estese poi ai sergenti, e finì col metter radice anche fra i soldati. Nell'ultimo anno del servizio era stato col suo reggimento di presidio in una città, dove tra i giornali di parte repubblicana e i giornali di parte monarchica sera agitata una lotta violenta a proposito dell'esercito; e ci erano stati tirati dentro generali, colonnelli, ufficiali di ogni grado; e s'erano trattate pubblicamente quistioni delicatissime di disciplina, facendone un chiasso e uno scandalo infinito. Come sempre segue in simili casi, via via che la discussione, o piuttosto la battaglia, si infervorava, andava pure allargandosi; cosicchè in breve, dall'argomento primo, ch'era l'alta amministrazione dell'esercito, s'era venuti ai più minuti particolari dell'economia dei soldato: prima del soldato in generale; poi del soldato di quei tali reggimenti; prima accusando il sistema, il Governo, il ministro; poi il generale di divisione, quel tal colonnello, quei tali capitani; si eran nominate le persone, si eran citati i fatti, si eran convocati dei giurì, si eran fatti dei duelli; e infine, dopo molto parlare, scrivere, stampare e sfidare, la tempesta si era quietata e tutto era rimasto nello stato di prima. Tutto fuorchè le teste dei soldati, le quali eran cambiate. I soldati (quelli che sapevano leggere) avevano preso gusto alla quistione e s'eran bravamente letti ogni giorno i giornali; puniti per essersi lasciati sorprendere a leggerli, s'erano messi a meditarli; puniti ancora, s'erano fatti ciascuno una raccoltina dei numeri più caldi, e ci davano poi una scorsa ogni tanto, di soppiatto, su per le scale della caserma nell'ora della pulizia, e dietro gli alberi della piazza d'armi nell'ora del riposo. A furia di leggere era rimasto in capo a ognun di loro un corredo di parole e di sentenze, che venivano poi snocciolando man mano, a mezza voce, coll'occhio bieco, quando l'ufficiale che li rimproverava avesse voltato le spalle. Un capitano, che li consigliasse a non bazzicar le bettole con cittadini che parlassero di monarchia e di repubblica, era un uomo che aveva paura delle idee nuove. Un sottotenente che, facendo un discorso alla compagnia, spiegasse che cos'è l'esercito, quale è il suo mandato c quali sono i suoi doveri, in un modo che a loro non garbasse, era un uomo che intendeva alla rovescia lo spirito delle istituzioni. Al tale sergente che dava un ordine e troncava la parola in bocca gridando: — Silenzio! — si rispondeva a fior di labbra: — Non sono un automa. — Alla parola soldato si accompagnava sempre, come aggiunto necessario, la parola povero, e certi sfoghi di collera contro un superiore lontano si chiudevano immancabilmente con una frase misteriosa che faceva scintillar gli occhi dei circostanti. — Ha da venire quel giorno. —

Il nostro soldato era stato uno di questi, e dei più ardenti. Tornato appena al villaggio, coll'animo ancora agitato e la memoria fresca di quei fatti e di quelle letture, s'era dato a far propaganda delle idee nuove. Messa su una piccola bottega di liquori, ne aveva fatto il luogo di convegno dei malcontenti del villaggio. Là si leggevano giornali, si parlava di dilapidazione del pubblico Tesoro e di tratta dei bianchi e d'altre cose, che non tutti capivano; ma che mostravano di sentir tutti profondamente. E il nuovo tribuno era la voce più autorevole dell'assemblea non solo perchè dava spesso da bere a credito, ma perchè aveva infatti un certo ingegnaccio di cattivo soggetto, infarinato di linguaggio da gazzetta, e tenuto vivo e eloquente da uno stato abituale di mezza cotta.

La sera del giorno in cui Carlo era tornato da estrarre il numero, il nostro personaggio (si chiamava Marco) stava discorrendo con tre o quattro coscritti in un canto della bottega. Gli domandavano informazioni intorno alla vita del soldato, e lo stavano a sentire a bocca aperta.

— Il male, capite, — diceva cacciando indietro il cappello come per lasciar più libero corso al pensiero — il male è che i superiori non studiano, e non sanno niente di niente. E quando manca questo qui, — e si toccava la fronte coll'indice, — s'ha un bell'essere coperti di galloni e di croci, ma si sarà sempre ciuchi. Siamo indietro, ecco la gran quistione.

— E il mangiare? — domandò uno.

— La carne — rispose, accendendo il sigaro — è quasi sempre guasta; la zuppa si dà ai poveri; di vino non se ne parla. —

— Come si vive allora? — domandarono quelli.

— Ognuno s'ingegna; si piglia l'esempio dai superiori, vedete: ruba l'amministrazione militare, ruba l'intendenza, rubano gl'impresari, rubano i furieri, rubano i medici, è una ruberia generale, campano tutti alle spalle del soldato. —

Qualcuno gli domandò come si stésse a disciplina.

— Male.... i minchioni. I minchioni, vedete, nel mestiere del soldato, hanno sempre tutte le disgrazie. Il pane e acqua, i ferri, le sciabolate, son tutta roba per loro. Ma chi ha un poco di cervello e un po' di fegato, è un altro par di maniche. Bisogna saper mostrare i denti a tempo e luogo; anche i superiori hanno una pelle da conservare, capite bene;... tutto sta nel non lasciarsi mettere il piede sul collo. Un capitano aveva preso a fare le picche con me, e ogni settimana ero dentro; era una vita che non poteva durare. Un giorno io lo presi a quattr'occhi,... perchè, tenetevelo bene a mente, coi superiori non ci vogliono testimoni; se c'è chi vede, si è fritti; soli, si nega fino alla morte, e si salva la pelle. Lo presi a quattr'occhi, in un corridoio, di notte, che non se l'aspettava, e là gliene dissi quattro, vi assicuro io, di quelle che arrivano all'anima: “O lei finisce di rompermi l'anima, o le giuro sulla mia sacra parola d'onore, che a me mi toccherà una palla nella schiena, ma a lei quattro dita di baionetta nella pancia, non c'è nemmeno l'Anticristo che gliele levi.„ Non parlò più; se fiatava, l'infilavo come un ranocchio. Tutto sta lì: non bisogna lasciarsi mettere il piede sul collo.

— E la guerra? — domandò un altro.

— La guerra, — rispose Marco, — non c'è che dire: alla guerra bisogna fare il suo dovere. La patria è una sola, e il soldato è il difensore della patria. Ma siamo sempre alle solite, che i generali non sanno quello che si fanno. Figuratevi, un generale, nel sessantasei, mentre si marciava verso Venezia, e c'erano forti da tutte le parti, un generale di brigata, con tanto di galloni e di cordoni, e un'aria di mangia-tedeschi che metteva paura; e questo è seguìto a me che ero all'avanguardia, ed ero incaricato di avvisare quando si presentava il nemico; ebbene quel generale non sapeva dov'era il forte.... non so, un forte di primo ordine, che di là i Tedeschi ci potevano prendere a cannonate quando volevano: ebbene il generale, che era solo, dovè far la figura di domandarlo a me, — e si batteva la mano aperta sul petto, — a me, semplice soldato, cosa da far venire il rossore sulla fronte, e dire: “Ohè, voi, da che parte si trova il forte tale?„ E io a dover rispondere: “Signor generale, il forte di cui parla, è quello là, guardi dove segno col dito.„ E se non ci avessi badato io, ci conduceva al macello. Che ve ne pare? Domando e dico se c'è sugo a far la guerra in quel modo. —

VII.

All'undici di sera Marco era rimasto solo nella sua bottega rischiarata da una lucerna, e leggicchiava un vecchio giornale: Carlo entrò.

— Numero sette, lo so; — disse Marco dandogli un'occhiata, senza smetter di leggere.

Carlo gli sedette accanto senza far parola, e appoggiato un braccio sulla tavola chinò la testa sulla mano.

— È una vita dura —, cominciò a dir Marco, lanciando all'amico uno sguardo di compassione maligna. — Oh per dura è dura, te lo posso dir io. È una vita che chi ne vuol parlare bisogna che l'abbia provata. Io te lo dico per tuo bene, perchè non vorrei che andassi a fare il soldato con un'idea falsa. È mio dovere d'amico di dirti la verità. É una vita d'inferno. Immagina pure delle umiliazioni; non ne penserai mai tante quante ne avrai da patire, va pur sicuro. Piangerai delle lagrime di sangue, piangerai. Già, prima di tutto, se hai sentimento d'onore, chi è soldato deve far conto di non averne. Caporali, sergenti, tenenti, capitani, son tutta gente pagata apposta per darti dell'asino e del mascalzone una volta l'ora — per turno. In piazza d'armi, in presenza di mezzo mondo, ti mettono le mani sulla faccia, e la gente si ferma e ride. Nelle marcie poi, quando si muore dalla sete, che non s'ha più figura d'uomo, e si resta indietro o si casca a traverso la strada, allora son pugni e piattonate che non ci son per niente gli aguzzini nelle galere. Ho visto io un comandante di compagnia in una marcia che c'era un soldato malato che non si poteva reggere, e lui credeva che lo facesse apposta; ebbene, lo cacciò avanti a spintoni e a calci, per mezzo miglio, fin che rotolò in un fosso, in fin di vita. Cose da far diventar matti. E qualche volta danno anche delle sciabolate di taglio. Non c'è pietà, mio caro. Il soldato è una bestia. Prepara pure la schiena e la faccia. E chi si rivolta, o lo cacciano in una prigione a farsi mangiar vivo dai topi o lo mandano in una compagnia di disciplina dove gli rompono le ossa col bastone. Se poi hai la disgrazia di ammalarti, non ti dico altro, tutti sanno cosa sono gli ospedali militari. Se non guarisci più che presto, ti danno il passaporto per il camposanto come due e due fan quattro, perchè, capisci bene, non vogliono mica mantenere della carne inutile. Ne ho visti dei miei compagni distesi là stecchiti su quei letti, cogli occhi di vetro e la faccia color di cera! È vero che ti può anche capitar la fortuna della guerra. Allora i tuoi superiori ci guadagnano un grado e tu lasci le budella in mezzo a un campo di grano, se pure non ti tocca prima di metterti in riga con una dozzina dei tuoi compagni e di cacciare una palla nella schiena a un tuo amico, condannato per “sbandamento in faccia al nemico.„ Credi, è proprio una vita da galeotti. Per resisterci bisogna non aver sangue nelle vene. Vorrei aver tanti scudi quanti dei miei compagni ho visti stracciare coi denti la tela della branda e dar di mano alla baionetta per cacciarsela nella gola. Per me, non lo dico per disanimarti, che non sarebbe un'azione da galantuomo; ma andrei in galera, andrei a marcire in una prigione, mi metterei a far l'assassino di strada, mi farei impiccare in mezzo a una piazza, tutto piuttosto che tornar a fare il soldato. Ma già, se mi richiamassero, piglierei la strada di Francia o di Svizzera. Ce ne sono andati tanti altri! Cosa vuoi? Io proprio a pigliarmi dei pugni, dei calci e delle sciabolate, non mi ci sento nato. In tutti i casi avrei più caro pigliarmi una fucilata nel petto da un carabiniere alla frontiera, chè almeno sarebbe una palla sola, piuttosto che pigliarne dodici nella schiena dai miei compagni, al comando dell'aiutante maggiore. Fatti coraggio, andiamo. Sono cinque anni, in conclusione, e cinque anni... son lunghi, sì; accidenti che son lunghi! ma non sono la vita.

VIII.

Il giorno dopo, all'ora solita, Carlo e Camilla si trovavano dinanzi al portone. Essa aveva. gli occhi rossi; egli la salutò sorridendo.

— Sei allegro? — domandò Camilla.

— Sì.

— Si direbbe che hai già dimenticato che devi partire.

— Io non parto, — rispose francamente il giovane.

— Come non parti?

— Non parto — soggiunse egli, spiccando chiaramente le sillabe, — non vado a fare il soldato.

— Ti metteranno in prigione! — esclamò Camilla fissandolo inquieta, chè indovinava il suo pensiero.

— A lasciarsi prendere! — egli mormorò guardando in aria.

— Carlo! — esclamò la giovane smettendo il lavoro, — tu scherzi!

— Scherzo?... Vedrai.

— Carlo! — riprese Camilla — tu non pensi a quello che dici! Tu non mi vuoi bene! Da quando in qua t'è venuta questa idea?

— L'ho sempre avuta.

— Non è vero!

— Come non è vero? — gridò Carlo voltandosi in tronco, e le diede una di quelle terribili occhiate che le facevano morir la parola sulle labbra. Camilla si rimise a sedere, appoggiò la fronte sulle mani, e mormorò con voce umiliata: — Abbi compassione di me.... non mi far soffrire.... dimmi che non dici davvero.

Egli le pose una mano sul capo in atto carezzevole, ma la ritirò subito e stette pensando. Tacque per qualche minuto anch'essa, assorta nella meditazione della nuova disgrazia che il disegno di Carlo le faceva prevedere; poi s'alzò, e appoggiando le mani colle dita intrecciate sopra una spalla del giovine, gli disse con tutta la dolcezza del suo cuore e della sua voce:

— Io ho capito quello che tu hai in mente, e... guarda, so anche chi ti ce messo quell'idea. —

Il giovane fece cenno di no.

— Non dir di no, Carlo, io non ti voglio metter male con nessuno; dico soltanto per farti vedere che certe cose non ti credo capace di pensarle. Tu mi vuoi bene, non è vero? —

Carlo accennò di sì.

— Dunque... un po' di pensiero di me, se è vero che mi vuoi bene, te lo dovresti prendere. Vorresti lasciarmi sola? Capirai bene che io non posso andare con te. Tu mi puoi dire che anche per andar a fare il soldato mi devi lasciare. Lo so anch'io, ma è un'altra cosa. Se vai a fare il soldato, io so dove vai e so anche quando torni; anno più, anno meno, se non seguono disgrazie, è sicura; ma se parti per un altro motivo... addio matrimonio; chi sa quando potresti tornare. E poi... dove andresti? Oh Dio mio, non mi ci far pensare; bisognerebbe bene che andassi in un altro paese; lo so dove vanno; passano i monti, ce n'è già stati anche da queste parti di quei che disertano; ma si son più visti? io sento dire che finiscon tutti male. E poi... se è per il sostentamento della famiglia, tu sai, che, grazie al cielo, anche se non ci fossi tu, per qualche anno non sarebbe una rovina; ma posto pure che s'avesse bisogno di te... a esser fuor di paese, mi pare che sarebbe la stessa. Perchè te n'andresti allora? Pel bene dei tuoi, o di me, no;... ma già l'hai detto per farmi paura, Carlo, non è vero?

— Ma sai, — rispose Carlo con un sorriso forzato, senza guardarla, — che si direbbe quasi che ci hai piacere ch'io vada a fare il soldato? Di' la verità, ci hai piacere?

— Piacere! Ma, Carlo! Possibile che tu non possa dirmi una parola senza farmi male al cuore? Non mi conosci ancora? Da quando mi hai dato la notizia, sette giorni fa, non ho più avuto un momento di pace, tu lo sai; non ho fatto che piangere e disperarmi... e poi guardami in viso, come mi son ridotta; vedi che non penso che a te, che ti sto sempre accanto, che appena ti vedo allegro mi consolo, e ogni volta che mi dici una parola trista, cambio di colore; e in ricompensa della vita che faccio, invece d'incoraggiarmi, di mostrarmi almeno un po' di compassione, mi dici che ho piacere che tu parta!

— Non ho detto questo, io.

— L'hai detto e poi... Dubiteresti di me forse? Vuoi ch'io ti prometta che per tutto il tempo che starai lontano non guarderò in viso nessuno, nemmeno per un momento, come se non avesse gli occhi? Io son capace di farlo, faccio magari un voto, io; tu non mi conosci ancora, vedrai. Io son donna da venir qui, in questo posto, tutte le sere, cinque anni di seguito, come se tu ci fossi sempre. Cinque anni? dieci, quindici anni ti aspetterei, senza lamentarmi; senza farti mai il più piccolo torto, nemmeno col pensiero. Ma purchè io sappia che tu sei in paese, che non giri pel mondo come un disperato, che non c'è nessuno che ti cerca, che fai il tuo dovere. Tutti gli altri vanno... Carlo, tu puoi capire quanto mi costa dire questa parola; eppure sento che è mio dovere di dirtela, e te la dico con tutto il cuore, senza esitare, anzi, guarda, con una certa soddisfazione, come se fosse la parola di una preghiera: Va tu pure! —

Quando siamo ostinati in un proposito, e specie in un proposito tristo, la parola di chi vuol persuaderci a staccarcene, quanto più è amorevole e dolce, tanto più indurisce l'ostinazione e inasprisce la resistenza.

— Va! va! — proruppe il giovane, scrollando le spalle; — s'ha un bel dire: Va, quando si sta a casa! bisogna sapere che razza di vita è quella che si va a fare!.... Va!

— Non t'impazientire, Carlo; sa Iddio se io m'immagino che sia una bella vita! Per quanto sia brutta, non lo sarà certo quanto pare a me; ma pure bisogna farsi animo. O che la vita che andresti a fare fuor di paese sarebbe meglio? Ce ne sono state dell'altre ragazze che discorrevano con giovani che dovevano andare soldati; ne conosco io più d'una, le conosci anche tu. Ebbene, i giovani sono partiti, sono stati lontani parecchi anni, qualcuno è anche andato alla guerra. Le ragazze li aspettarono; in tutto quel tempo vissero ritirate; finalmente quelli tornarono, si volevano più bene di prima, si sposarono, e ora vivono in pace, senza rimorsi. Io non credo che sarebbero così contenti, se fossero fuggiti, anche nel caso che avessero potuto tornare. E la vita del soldato non era mica più brutta allora che adesso.... E poi se tu fossi uno di quei deboli, come Pietro, il figlio del fornaio, che non ha potuto resistere, e dicono che è morto in una marcia, non direi; ma sei robusto, (lo guardò), e staresti anche bene.

— Sì, sì, tutte buone parole, — rispose il giovane con un leggiero sorriso; — ma non fanno al caso: io non parlo di fatiche, io non ho paura della fatica. Gli è questo qui, — e si picchiava sul cuore, — che non se la sente di fare il soldato. Io non son fatto per servire, ecco. I signori qui accanto m'avevano fatto la proposta di andare in città, e a che patti! Hai visto se ho accettato; è il mio carattere, cosa vuoi? coi superiori non me la dico, è impossibile. Figurati la schiavitù del soldato! Mi sgridano, rispondo, e sai cosa succede. Io so che vita è, me l'hanno detto, e poi tutti lo sanno; va una volta in piazza d'armi e lo saprai anche tu. Io sento che se vado non torno; non è una vita per tutti, tant'è vero che c'è di quelli che s'ammazzano dalla disperazione. Andrei a lavorare nelle miniere, piuttosto; andrei magari qui alla fabbrica di vetri, dove si sta tutto il giorno davanti alle fornaci, e si perde gli occhi; andrei dove tu vuoi, anche a crepare; ma a fare il soldato, no, non posso, è inutile, son fatto così: servire non è il fatto mio.

— Servire! — disse timidamente la ragazza; — io non so, ma... per quello che sento dire, e che pare anche a me, il soldato fatica e corre anche dei pericoli; ma non serve nessuno. Chi serve?

— Tutti! — gridò il giovane, — tutti serve!.... Chi serve! —

Camilla tacque un momento, e poi disse a fior di labbra, incertamente, come si dicon le cose sentite dire, più perchè ci son rimaste negli orecchi, che per averle capite:... — Serve il Re.

— Un'altra ora! — rispose Carlo, cercando in sè stesso una risposta; — il Re! Già, è sempre lì in caserma a far da protettore, il Re! È lì a farti far giustizia, quando ti maltrattano a torto; a farti dare del pane buono quando te lo danno colla muffa; e a far capire ai medici, quando ti curano, che sei carne di cristiano? Ne sa dimolto il Re!

— Io non so; ma ho anche sentito dire che fare il soldato... è un onore.

— Ah, povera te, un onore! L'onore è per quelli che comandano, e hanno i galloni d'oro e le tasche piene di quattrini; ma per il povero contadino che va lì a sgobbare quel tanto e poi chi s'è visto s'è visto, non c'è onore che tenga. Sai cosa c'è? C'è i ferri corti, cara mia; ecco quello che c'è. E poi... (qui abbassò la voce e riprese con accento molto significativo) tu non sai che vita fanno i soldati. —

La ragazza lo guardò un momento incerta, come se non avesse capito, e poi, abbassando gli occhi, mormorò:

— A me mi pare che chi vuole, può portarsi bene da per tutto.

— Già! Hai sempre una buona ragione da dire, tu! Tu accomodi tutto! Tu vedi tutto bello!

— E tu non vedresti tutto tanto brutto — rispose Camilla con una certa vivacità, — se non ci fosse chi ti fa vedere in quel modo!

— So di chi vuoi parlare, non è vero, e non dire una parola di più!

— Ma come vuoi ch'io parli allora? — proruppe essa con una voce, in cui si sentiva il tremito dell'indignazione; e intanto le si gonfiavano le vene del collo bianco e sottile. — Io ti dico quello che sento, quello che mi dice il cuore e che mi par il tuo bene, e tu vai in collera! Vuoi ch'io ti dica per forza quello che pensi tu? Comandami! minacciami! Ma col cuore non me lo farai dire, non lo dirò mai, mi ripugna... non posso!

— Ebbene! — disse Carlo con una voce che pareva tranquilla, ma con un viso che la fece tremare; — vado, te lo prometto, vado; ma... sentimi bene, te lo dico prima, e sta sicura che terrò la parola: io non sono uno di quelli che si lasciano mettere il piede sul collo, io ci ho del sangue nelle vene... mi conosci; ebbene, io, la prima volta che un superiore mi fa una prepotenza, o mi dice una brutta parola, o mi mette le mani addosso, fossimo anche in mezzo alla piazza d'armi, in mezzo alla strada, in presenza di cento persone, di te, del tuo Curato, dei tuoi parenti, di chi diavolo vuoi, com'è vero Dio gli spacco la testa col calcio del fucile, e segua quel che vuol seguire! —

Camilla si coperse il viso con orrore; egli la guardò di traverso, con quello sguardo di compiacenza bestiale che misura la ferita aperta dalla parola: ma quasi nello stesso punto, per uno di quei rapidi mutamenti del cuore che non sono rari in quelle nature violente, si commosse alla vista di quella poveretta che singhiozzava, come se il petto le si volesse spezzare.

— Camilla! — gridò con voce amorevole.

— Sì! — essa prese a dire singhiozzando, — vogliate bene a un giovane, consacrategli tutto il vostro cuore, soffrite, tremate, consumatevi per lui; tutto questo colla speranza che, quando egli si trovi in un momento difficile, vi dia la consolazione di vedere che ha bisogno di voi, che gli potete riuscir utile, confortarlo, incoraggiarlo; sì, illudetevi; quel momento verrà, farete quanto potrete per persuaderlo a non mancare ai suoi doveri: ebbene, allora, per ricompensa del vostro affetto, egli vi risponderà che vuol fare... — e soggiunse a fior di labbra — l'assassino! — e diede in uno scoppio di pianto più forte.

Carlo si chinò e la prese per una mano; essa approfittò di quel momento per gridargli con voce supplichevole: — Promettimi che andrai! — e l'afferrò per le braccia.

— Camilla! — esclamò egli, svincolandosi e allontanandosi rapidamente; — sono un disgraziato! —

Camilla fece cenno che si fermasse, Carlo scomparve; allora essa riabbassò il capo piangendo. In quel punto la scosse il suono d'una voce lieta e amorevole che domandava: — Cosa c'è?

— Ah! il signor Curato! — esclamò Camilla. — Ho tanto bisogno di lui, è buono, gli dirò tutto, mi farà coraggio, sia ringraziato il cielo! —

E corse verso il vecchio prete colla confidenza e colla serenità d'una bambina.

IX.

Carlo e Marco s'incontrarono due ore dopo in una strada del villaggio.

— Ho pensato una cosa, — disse Marco. — Sai in che mani t'hai a mettere per quell'affare?

— Che affare? —

Marco fece un atto come per accennare un paese lontano.

— Hai capito.... Ebbene, sai in che mani t'hai da mettere se vuoi uscirne bene? Te la do in cento a indovinare. Già non saresti il primo ch'è passato per quella strada.... ma in specie ora che il battibecco è più forte: se lui vuole, tra loro si scrivono di parrocchia in parrocchia, ti trovi al sicuro prima d'accorgertene. Tu devi andare da lui, dirgli il caso in cui ti trovi, e dargli una tastatina così alla larga, senza arrischiarti. Se vedi che cede subito, e tu batti, fin che il ferro è caldo; se fa l'indiano, avanti lo stesso, non è che una finzione per non compromettersi il primo; se poi nega, addio, è galantuomo, non ti tradisce, la peggio sarà di non averne cavato nulla.

— Ma di chi parli?, — domandò Carlo.

E l'amico fece intorno al capo un gesto buffonesco che voleva rappresentare un cappello da prete.

X.

Il Curato, che gli abitanti del villaggio chiamavano famigliarmente don Luigi, era un vecchietto d'una settantina d'anni, piccolo e nervoso, con due occhietti vivissimi, che leggevano nelle anime, — dicevano le divote, — come in un libro stampato; buon uomo e buon prete, indulgente in confessionale, allegro a tavola, di viso rosso, di capelli bianchi e di opinioni politiche tricolori; non diverso nella vita e nei modi dagli altri curati di quelle campagne; dai quali però era tenuto in pregio per una certa tintura di buone lettere, di cui aveva dato prova anni addietro in parecchi sonetti dedicati all'arcivescovo e lodati da un giornale della provincia come “fiori di buona poesia non meno commendevoli per la nobiltà della forma che per la robustezza dei concetti„. Lo sguardo pieno di benevolenza e la voce dolce temperavano la severità dei suoi lineamenti e la rigidezza della sua andatura che gli davano un po' l'aria di un maggiore giubilato. Ed era aperto e affabile con tutti, e tutti gli volevan bene; Camilla, in ispecie, la quale aveva preso con lui una grande domestichezza, perchè, stando di casa vicino alla chiesa, aveva occasione di vederlo spesso e di parlargli lungamente. Corse perciò da lui a dirgli ogni cosa, della leva, dei disegni di Carlo e delle sue paure, scongiurandolo che tentasse d'indurre il giovane a mutar consiglio, se non voleva vederla morir di dolore. Il curato le promise di fare quanto poteva, e soggiunse che avrebbe cercato Carlo egli stesso prima di sera.

Un'ora dopo Carlo picchiava all'uscio del prete.

Non sapeva ancora cosa avrebbe detto, non aveva neppur pensato al modo di cominciare, si sentiva in cuore una grande trepidazione. Entrò e si fermò in un angolo della stanza col cappello in mano.

Era una piccola stanza a terreno, allegra, piena di luce, con quell'aspetto particolare delle stanze dei curati di campagna, che fanno indovinare la chiesa accanto: le pareti bianche e nude, un crocifisso sopra la porta, un vecchio quadro, un vaso di dittamo sulla finestra, e un leggero odore d'incenso nell'aria.

Il Curato era seduto sopra un seggiolone davanti al tavolino e leggeva; quando vide comparire il giovane, fece un atto di sorpresa.

— Ho da parlarle, signor Curato, — disse Carlo.

Il Curato lo fece sedere. — In che modo può avermi prevenuto? — pensava intanto. — C'è sotto qualcosa. — E guardò attentamente Carlo, e gli balenò un sospetto, e risolvette di chiarirsene subito.

— Sento che sei chiamato al servizio militare, — disse.

— Sì signore, — rispose il giovane fissandolo.

— E quando parti?

— .... Partirei dopo la visita sanitaria, fra una diecina di giorni.

— E.... — domandò il Curato lanciandogli un occhiata scrutatrice — parti? —

Carlo non rispose, lo guardò. Il prete si confermò nel suo sospetto; e dopo aver guardato un po' il libro colle sopracciglia aggrottate, alzò il capo e disse con aria distratta:

— Dunque parti, e sei venuto a chiedermi un consiglio, non è vero?

— Lei m'ha capito.

— Credo d'aver capito, — rispose con serietà il prete, — e poi, pigliando tutt'a un tratto un accento benevolo continuò: — Sicuro... tu sei un bravo giovane, sei robusto, hai giudizio, farai il tuo dovere e te ne tornerai a casa contento. Non ti domando neppure se sei più che mai risoluto di mantenere la tua promessa a Camilla; sono anzi sicuro che, in tutto il tempo che starai lontano da casa, terrai una buona condotta e farai di tutto perchè, come ora, partendo, le porgi la mano di un buon figliuolo, così al ritorno essa possa stringere la mano d'un bravo soldato; dico bene? —

Il giovane, meravigliato, arrossiva e impallidiva, senza sapere che rispondere e a che partito appigliarsi. A un tratto gli tornarono in mente le parole dell'amico: “Se fa l'indiano, non è che una finzione per non compromettersi il primo„; e gli balenò un raggio di speranza. Si fece animo, e ruppe il ghiaccio d'un colpo.

— Ma io non vado a fare il soldato! — esclamò.

— Ah! — gridò il prete con un leggiero sorriso voltandosi a guardare verso la finestra.

— L'avevo detto, io! — pensò Carlo; — eccoci al punto.

— E cosa pensi di fare? — domandò il Curato, sempre guardando fuori.

— Io?... —

Stette un po' pensando e rispose in fretta: — Il mondo è largo. —

— Tu non sai una cosa — disse allora il curato, voltandosi verso Carlo, e sorridendo benevolmente, come se non avesse compreso affatto il significato delle sue ultime parole. — Non sai che io sono stato cappellano militare per cinque anni, dal cinquantaquattro al cinquantanove. Cinque anni filati, cappellano del primo reggimento di fanteria, brigata Re. È così. Sono stato anch'io mezzo soldato e te ne posso dire qualche cosa. È vero che d'allora in qua le cose son molto cambiate... e dicono in meglio. Ma credi a quello che ti dico io: non è una brutta, dura, scellerata vita che per i cattivi soldati. Per gli altri è un tutt'altro mestiere. Tutto sta a cominciar bene. Una volta che un giovane s'è messo in buona vista dei superiori, è sicuro del fatto suo: non sente più il peso della disciplina. Ma bisogna essere allegri, franchi, leali. I superiori perdonano tutto a quelle belle faccie aperte di bravi soldati e di galantuomini, che hanno magari il diavolo in corpo e ne fanno una grossa ogni tanto; ma che a guardarli, bisogna dire per forza: — Ecco un uomo! — In tutti i reggimenti ce n è un certo numero di questi lestofanti, che fanno dannar l'anima ai superiori, e che pure, ogni volta che la sgarrano, tutti chiudono un occhio. In cinque anni ne ho conosciuti molti. Mi ricordo, fra gli altri, d'un certo Farinelli, di cui gli ufficiali vecchi di quel reggimento debbono ancora ricordarsi. Era un pezzo di giovane più alto un palmo di te, largo così, che s'era fatto mettere a doppia razione.... Era la scapestrataggine incarnata! Scappava di notte, rischiava la vita, metteva sottosopra la compagnia; ma era tanto buon figliuolo, che si faceva ben vedere da tutti. In marcia portava gli zaini di quelli che non ne potevano più; in caserma cantava sempre, saltava come un capriolo, rompeva una pietra con un pugno; se c'era una rissa, era quello che la faceva finire a scappellotti; sempre il primo a gettarsi negli incendi, sempre il primo a cacciarsi nell'acqua per salvare un compagno, furbo, sfrontato, pronto a rispondere, che nessuno gli poteva tener testa; incapace di mentire se l'avessero coperto d'oro; un soldato modello in servizio, un demonio fuori. Aveva il vizio di bere. Ma quando aveva bevuto, stava in riga così impalato, che i superiori, invece di punirlo, bisognava che ridessero. Tutto il reggimento lo conosceva. Il suo capitano diceva che con cinquanta mascalzoni come lui si sarebbe sentito di dare le pacche a un battaglione d'austriaci. Mi ricordo che una volta il colonnello, ch'era una bella figura di vecchio soldato, con una cicatrice sulla fronte, passando in rivista il reggimento, si fermò a guardare quel bel giovane ardito che lo fissava con due maledetti occhioni pieni di fuoco, e non potè trattenersi dal dirgli: — Ma sai che hai un gran bel muso di soldato, tu! — Indovina un po' cosa gli rispose quel malanno? — E'l so a facesia gnanca, sor coronel — (E il suo non scherza nemmeno, signor colonnello). — E il colonnello restò un momento stupito, ma poi rise e non disse nulla. Quelli son soldati! Ce n'era poi degli altri, come ce n'è sempre, affatto diversi, proprio l'opposto; ma non meno bravi soldati per questo. Soldati tranquilli, che passavano i loro cinque anni senza farsi sentire, come ombre; il primo giorno come l'ultimo; sempre i primi a mettersi in riga, sempre i primi a rientrare in quartiere, mai una macchia sul cappotto, mai una parola più alta dell'altra, mai un soldo di debito sulla massa, mai malati, mai di cattivo umore, soldati che in cinque anni non ricevevano nè una consegna nè un rimprovero, e che il comandante della compagnia non si sarebbe accorto che c'erano, se non ci fosse stato il loro nome sui ruoli; giovani che parevano nati con la divisa addosso e col fucile in mano, e che dovessero fare i soldati per tutta la vita. Mi ricordo d'un capitano che ne aveva una decina nella compagnia e che mi diceva: — Se io avessi sempre una compagnia tutta di soldati come quelli, vivrei vent'anni di più. In parola d'onore, se mi domandaste a chi voglio più bene, a quei ragazzi lì o ai miei figliuoli, sarei imbarazzato a rispondere. Che cosa te ne pare?

Carlo ascoltava con la faccia bassa e pensierosa.

— E posso parlare, vedi — continuò il curato — perchè i soldati piemontesi di quel tempo, non dico per vantarmi, ma li ho conosciuti proprio dentro. Allora era un altro par di maniche. Anche soldati avevano religione e si confessavano. Venivano al servizio colle medaglie benedette ai collo, eran giovani semplici, alla buona, forse un po' di grossa pasta; ma per quello che è tempra d'uomini, (e batteva colla nocca dell'indice sopra un calcafogli di pietra) duri come questo. Molti venivano a farmi le loro confidenze. Un buon cappellano, allora, serviva a qualche cosa. Ce n'era di quelli che, nei primi giorni, venivano a dirmi che non potevano reggere a quella vita. — È inutile — dicevano — il coraggio ci manca; lontani da casa, questa disciplina, senza amici, per tanto tempo, ci prende la disperazione. — E io rispondevo sempre: — Coraggio, figliuoli. Ve ne prego in nome della vostra famiglia, dei figliuoli che avrete un giorno, del paese in cui siete nati, del Re che vi ha dato questa divisa, fatevi coraggio. Voi adempite un grande dovere. Non c'è di doloroso che i primi mesi. Quando sarete vecchi, sarete altieri di poter dire che siete stati soldati; degli amici ne troverete, vi abituerete alla disciplina, sentirete meno le fatiche. Un po' di forza e di pazienza per un altro mese, e vedrete. — E volevo che lo promettessero, lo promettevano e se ne trovavano contenti. Altri si sfogavano in confessione contro certi superiori che non li potevano vedere e li mettevano al punto di fare uno sproposito. E io ripetevo sempre: — No, figliuoli, non dite, non pensate queste cose. Non c'è superiore che possa volervi male. È un malinteso. Se qualcuno vi perseguita, è perchè v'ha giudicato male. Fatelo ravvedere. Fate il vostro dovere, e guardate sempre il superiore in faccia, con rispetto, ma colla testa alta, coll'anima negli occhi, senza rancore, e parlategli col cuore in mano, come a vostro padre. Vedrete che cambierà pensiero e vi renderà giustizia. — E quanti mi vennero poi a ringraziare di questi consigli! Venne una volta un soldato congedato apposta per dirmi che il suo capitano, che li aveva sempre trattati male, lui e altri sette o otto che partivano in congedo insieme.... ebbene, che quel capitano, che tutti dicevano ch'era un cane, gli aveva detto, il giorno ch'erano andati a salutarlo a casa: — Qualche volta vi sarò parso un uomo bestiale, che urlavo e castigavo a torto; ma se ve ne ricordate, era sempre nei giorni di pioggia, e la cagione eccola qui: è questo lavoro che ho nel petto, che mi hanno fatto i tedeschi a Novara — ; e senz'altro, scoprendosi il petto, aveva mostrato un'orribile ferita che lo martoriava da dodici anni. E allora tutti si erano ricreduti e gli avevano domandato scusa. Bisogna andare adagio, caro mio, a giudicare e a condannare. Mi ricordo sempre d'un soldato di Saluzzo, che era perseguitato da un ufficiale, e lo odiava a morte, e diceva, quando scoppiò la guerra, che alla prima occasione si sarebbe fatto giustizia. Ebbene, si trovarono per l'appunto sul campo di battaglia insieme, l'uno accanto all'altro, in un momento che fioccavano le palle. Ora senti che cosa è avvenuto. A un certo punto, il soldato si sente dare dall'ufficiale una gran piattonata sulla testa. Era troppo, perdio! Il sangue gli monta alla testa, caccia un urlo di rabbia, e si volta, acciecato, per dare un colpo di baionetta.... Cosa vede? L'ufficiale pallido che barcollava cercando dove appoggiarsi. Una palla l'aveva colpito nel fianco mentre gridava avanti colla sciabola in aria, e la sciabola, cadendo, aveva battuto sulla testa del soldato. — In un momento — mi raccontò lui stesso — mi fuggì tutto l'odio dal cuore. Lo afferrai, lo tenni un momento su, poi lo distesi sull'erba, m'inginocchiai per premergli la mano sulla ferita. Ma era inutile. La ferita era mortale. Lui mi guardava, senza lamentarsi, cogli occhi larghi e fissi. Pareva che volesse domandarmi perdono dei torti che m'aveva fatti. — Tenente — io gli dissi — si faccia coraggio! Sarà una cosa leggiera. — Ma sì! gli occhi gli si velavano. E mentre mi chinavo per guardar la ferita, lui mi mise una mano sulla testa e me la fece scorrere sulla guancia fino alla spalla, come per farmi una carezza. Io alzai la testa e gridai: — Tenente! — Era morto. E allora mi parve d'averlo sempre amato! — Che ne dici eh? Son soldati questi? Sono uomini da fargli di cappello, sì o no?

Carlo rimaneva sempre immobile, cogli occhi fissi sul pavimento, sforzandosi, ma inutilmente, di far parere che la sua serietà non fosse altro che malumore.

— E li ho visti alla prova nel cinquantanove, quei giovani — riprese il curato dopo aver dato un'occhiata alla finestra, per mostrare che non s'occupava dell'impressione che le sue parole avessero potuto produrre. — Allora c'erano anche i provinciali, uomini dai ventisei ai trentadue anni, la maggior parte con moglie e figliuoli. Ma che soldati! Li ho visti passare, il giorno di San Martino, quando il reggimento sfilava davanti al colonnello per andare al fuoco. I giovani erano più spensierati, i provinciali un po' più tristi; ma avevano tutti il cuor saldo ad un modo, e gridavano un: — Viva il re! — caro mio, che sarebbe bastato quello a far capire che la battaglia non si poteva perdere. Il colonnello diceva di tanto in tanto: — Coraggio, miei bravi ragazzi! Coraggio, tutto andrà bene. — Io li benedivo dentro di me, col cuore un po' stretto, pensando a quanti non sarebbero più tornati. Poco dopo cominciarono a fischiare le palle. Non voglio far lo spaccone; dico la verità: quando sentii i primi fischi, che parevano grida di gatti arrabbiati, mi mancarono le gambe. Ma subito mi feci forza. Misi la mano sotto la tonaca, strinsi il crocifisso che avevo sul cuore e mi dissi: — Don Luigi! Questo è il gran momento per far vedere che un buon prete è anche buon soldato. — Dopo pochi minuti, cominciarono a farsi i primi vuoti nelle file. Cosa mi toccò di vedere, santissimo Iddio! Si vedevano quei poveri giovani, mentre la compagnia andava avanti, fermarsi tutt'a un tratto, dare un giro, così, colle braccia per aria, e cader giù d'un colpo, col fucile ancora stretto nel pugno. Bisogna esserci stati per capire quello che si prova, l'animo che ci vuole, quando si vedono là nel grano, nell'erba, in mezzo alle siepi, dentro ai fossi, quelle faccie bianche bianche cogli occhi fissi, e daper tutto armi e cheppì sparpagliati e sangue. Principiai a correre dagli uni e dagli altri. Mi chiamavano. — Qui, qui, cappellano. — Son qui, — rispondevo — son qui, figliuolo. — Mi afferravano per le mani, mi facevano inginocchiare in terra, non volevano più che mi scostassi. Io facevo coraggio ai feriti, benedivo i moribondi. Che morti ho vedute, caro mio! che serenità! che rassegnazione! Ce n'eran di quelli che, prima di spirare, facevano ancora un segno in aria, colla mano, così, in segno d'addio al reggimento che s'allontanava. Alcuni mi vollero lasciare un ricordo. Ho qui in una scatola un anello e una ciarpa rossa; un contadino del Monferrato, povero giovane, voleva darmi i suoi orecchini, e s'andava toccando le orecchie colla mano che non gli serviva più, per levarseli. A momenti non sapevo più dove mi fossi. Le lagrime mi oscuravano la vista, avevo le mani bagnate di sangue, correvo qua e là come un insensato. Ma non ne ho mica visto nessuno sai, dare indietro! C'eran dei bersaglieri feriti, che si tenevano abbracciati ai tronchi degli alberi, con uno sforzo disperato, per vedere il loro battaglione che combatteva sulle alture. Ho visto un artigliere, un pezzo di giovanotto biondo, ferito in una spalla e scamiciato, che s'appoggiava al muricciolo di un pozzo, e per dar coraggio ai soldati che passavano, faceva l'atto di spruzzarli del proprio sangue, come per benedirli, ridendo e gridando: — Prendete; è sangue versato per la patria; vi porterà fortuna! — Ho assistito un povero soldato di cavalleria, che era agli estremi, e mi lasciò i suoi ultimi ricordi. Aveva in tasca una lettera per sua moglie, con dieci lire dentro, che il giorno prima voleva impostare a Lonato, e non aveva potuto. Me la diede e volle che gli promettessi che l'avrei mandata. Quando l'ebbi promesso, parve più tranquillo. Soffriva molto. Era bianco come questa carta, e di tanto in tanto metteva un lungo lamento. Fece un ultimo sforzo per accennare che mi chinassi. Io mi chinai e misi l'orecchio vicino alla sua bocca. Allora mi disse con un filo di voce: — Se mai avesse occasione di passare per il mio paese... sono di Castelnuovo Calcea... mi chiamo Antonio Calvi... mi farebbe una grazia... cercherebbe mio padre... e mia moglie... se domandano come son morto... — e dicendo questo mi mise un braccio intorno al collo per sostenersi — dirgli che son morto da buon soldato... con coraggio... che ho patito... quasi niente... e che quando sarà grande... Beppino... il mio povero bimbo — e poi soggiunse con uno sforzo: — glielo dicano. — A questo punto lasciò andar giù il braccio, battè del capo indietro, contro un sasso, e addio... tutto fu finito. Ha inteso? Questi sono giovani da prendersi ad esempio, anime forti e grandi da portarne il nome nel cuore per tutta la vita!

Carlo continuava a tacere, tenendo il mento sul petto; ma il tremito delle mani con cui faceva girare il cappello, mostravano che qualche commozione, o almeno una forte lotta di sentimenti opposti gli si doveva esser destata nel cuore.

— Ma non ho mica visto soltanto delle cose tristi — continuò il curato, passandosi una mano sugli occhi — ... chiacchero un po' troppo; ma è un difetto dei vecchi che si può perdonare. Tu avrai sentito parlare di Giovanni Bassi, quello che era in artiglieria, che si distinse tanto nella guerra del 60 e 61, al Garigliano; che si offerse spontaneo a portare un ordine del generale sotto una tempesta di palle, e poi prese una bandiera, per cui gli diedero la medaglia d'oro e tutte le gazzette ne parlarono. Lo avrai sentito nominare, è uno che fa onore qui al paese; ora son sei anni che è in Francia, e nel villaggio non c'è più che suo cugino, il carrettiere. Ma tu non puoi ricordarti di quando tornò a casa, dopo la guerra. Ebbene, è stata una scena che tutti quelli che vanno a fare il soldato bisognerebbe che l'avessero vista. Qui ci aveva lasciato suo padre vecchio, la moglie e una bambina di due anni che si chiamava Luigina, ed era un amore. Era partito nel 58. Una volta partito, venne una guerra dopo l'altra, non potè più avere permessi, non tornò che nel 62 a servizio finito. La notizia del suo gran fatto la diede il sindaco. Il padre e la moglie vivevano da un pezzo in grande ansietà per mancanza di notizie. Una bella mattina gli capita a casa il sindaco: stavano in faccia a San Giacomo. Entra; li trova tutti e due, al solito, tristi, e dice: — È molto tempo che non avete notizie di Giovanni? — Quelli s'alzano spaventati e rispondono — Son due mesi! — Ebbene — dice il sindaco — il vostro Giovanni.... — È morto! — gridano tutti e due. — Che morto! — risponde il sindaco. Cento volte vivo, grazie al cielo! Leggete un po' questa gazzetta. — La donna apre la gazzetta, c'era un segno rosso, comincia a compitare.... figurati la meraviglia e il piacere! C'era tutto per disteso, nome e cognome, colla relazione del fatto, medaglia d'oro, ordine del giorno e che so io. Quelle due povere creature, da principio, rimasero come stupide, e poi parevano matti. Pensa un po'! La medaglia d'oro che non la danno proprio che ai più bravi tra i più bravi, una cosa grande, tanto che un soldato colla medaglia d'oro è quasi come un principe, che tutto l'esercito lo conosce e non c'è nessuno, in fatto d'onore, che sia al di sopra di lui. La notizia si sparse subito da per tutto. Tutti correvano a vedere il padre e la moglie di quel gran soldato. Venivano persino i villeggianti qui dei dintorni, e mandavano dei regali. La casa dei Bassi era piena d'ogni ben di Dio, e amici di qua e amici di là, tutti li portavano in palma di mano. Era un trionfo continuo. Poi vennero le lettere di lui, poi le comunicazioni delle Autorità e poi la notizia che la classe del trentasette era mandata a casa. Immagina quel buon vecchio, quella povera donna che da cinque anni non vedevano più il loro Giovanni! Finalmente arrivò l'ultima lettera che diceva: tal giorno, tal ora. Fu una festa. Il Bassi doveva arrivare alla stazione della strada ferrata, che allora era a un miglio di qui. S'accordarono tutti d'andargli incontro. Venuto quel giorno, si radunò gran gente, andarono a prendere il vecchio, la donna, e la Luigina, che non conosceva suo padre, si può dire, e s'era fatta grande, aveva sette anni, e una signora l'aveva vestita come una principessa; e tutti insieme s'incamminarono verso la stazione. C'erano più di duecento persone, colla musica, e una bandiera; c'era il sindaco, c'erano dei signori, e io accompagnavo la sposa che pareva smemorata, e piangeva, e le compagne le dicevano: — Eh, Teresina, non te lo saresti pensato quando facevate all'amore sotto l'olmo di San Giacomo! — Alla stazione lasciarono entrar tutti dentro, fin sulle rotaie. Chi aveva una bottiglia per essere il primo a dargli da bere, chi aveva portato dei sigari, chi dei mazzetti, e la Luigina aveva intorno un cerchio di gente che l'accarezzava, e le diceva: — Or ora vedrai tuo padre per la prima volta. — Finalmente si sentì il fischio: dovettero tener su il vecchio, che gli mancavan le gambe, e il sindaco prese per il braccio la Teresina che si sentiva male. Il treno arriva, si ferma, scendono quattro o cinque soldati, tutti li circondano — dov'è Giovanni Bassi? Non è venuto? dov'è andato? Bassi! Bassi! — Eccolo! si sente gridare — e s'affaccia al vagone lui in persona, un gran soldato nero, bello, allegro, colla medaglia d'oro sul petto; salta giù, riconosce, manda un grido, afferra in una bracciata padre e moglie e lì comincia a tempestar baci sulle due teste, che pareva matto, mentre suonava la musica e tutti gridavano e si pigiavano per arrivare a toccarlo. Quando a un tratto si sente tirare per la tunica, si volta, vede un visetto e due manine che si sporgono.... Non la riconosce subito. — Luigina! — gridano tutti. Io ero stato sbalzato indietro, non vidi nulla; ma sentii un grido che m'andò al più profondo dell'anima e che non ho mai più dimenticato; il grido della gioia più grande, più meritata, più santa che possa provare il cuore dell'uomo; la gioia del soldato valoroso che ritorna in seno alla sua famiglia e può dire ai suoi figliuoli: — Su questo petto contro cui vi stringo, la patria ha messo un segno della sua gratitudine e della sua ammirazione.

Detto questo, lanciò uno sguardo di sottocchio a Carlo, e vedendolo commosso, pensò di mandarlo fuori coll'impressione viva ed intera delle sue parole. — Ora va — gli disse amorevolmente, sospingendolo verso l'uscio — e torna a salutarmi prima di partire.

Carlo, commosso vivamente, tentò di metter fuori qualche parola tanto per salvare le apparenze dell'amor proprio; ma non gli riuscì che di balbettare qualche sillaba senza significato; si lasciò spingere fino alla porta, non potè resistere a un impulso del cuore che gli fece dire: — La ringrazio — e poi uscì bruscamente, umiliato e stravolto.

— La buona semenza nel cuore — disse tra sè il curato chiudendo la porta — io te l'ho messa; il resto è affar tuo.

XI.

Carlo si fermò in mezzo alla strada, convulso, e rimase qualche minuto in uno stato di tremenda incertezza. In quei pochi minuti si decise la sorte della sua vita. La prima idea che gli venne fu di correre da Camilla e gridarle: — Sì, andrò a fare il soldato, son pentito, sono un altro, perdonami quello che t'ho fatto soffrire e non si parli più del passato. — Ma non aveva ancor finito di dire a sè stesso quelle parole, che già la rabbia di sentirsi vinto, il suo orgoglio selvaggio, e quella feroce voluttà del dispetto che era dominante nella sua natura, avevano preso il di sopra. Stette ancora un momento piantato là, ansante, come se avesse fatto una lunga corsa, e poi disse risolutamente: — No, no, no! Non son che parole! Son tutti d'accordo per volermi alla catena! È inutile, è un avversione del sangue, non posso, non sarà, dovessi ridurmi a vivere come un bandito o come un cane. — E tornò difilato alla bottega dell'amico.

Questi, appena Carlo ebbe finito di riferire i discorsi del curato, diede una scrollata di spalle, tirò fuori dal cassetto un giornale spiegazzato e sucido, lo spiegò sul tavolino e: — Senti questo — disse — io non ti domando altro che di sentir questo, e poi farai quello che vorrai.

E cominciò a leggere:

“.... Noi abbiamo veduto cogli occhi nostri fino a quale eccesso di furore bestiale possa trascinare l'uomo codesto zelo insensato di disciplina, che si pone fra le più elette virtù militari. Un reggimento di fanteria tornava da una esercitazione campale faticosissima; i soldati digiuni cadevano stremati di forze; invano i superiori si scalmanavano per farli andare innanzi. Allora il colonnello radunò tutti gli ufficiali e disse loro: — Assolutamente, all'ora tale, bisogna arrivare; si servano della sciabola. — E gli ufficiali si precipitarono tutti ad un tempo sopra i soldati, gridando: — Animo! Su! Avanti! — pestando i piedi e agitando le sciabole nude. Pochi soldati poterono alzarsi; i più rimasero stesi in terra. Allora le sciabole fendettero l'aria, e cadde una tempesta di piattonate sulle schiene, sulle teste, sulle braccia di quei poveri infelici che chiedevano pietà; e colle piattonate i calci, e coi calci gl'impropèri soliti: — Poltroni! Canaglia! Carogne! — Risposero qua e là grida di lamento e di sdegno; e gli ufficiali a tirar fuori i taccuini, a notare i nomi, a minacciar ferri, consiglio di disciplina, reclusione, galera. Alcuni soldati, levatisi a stento, stramazzavano daccapo, e su questi si precipitavano i medici, gridando: — Impostori! — e scotevanli e strascinavanli fin che s'accorgessero che avevano il viso livido e le membra irrigidite. Altri, ripreso l'andare, barcollavano sotto l'immane peso dello zaino, e ingombravano la strada ai compagni, così che gli ufficiali indispettiti finivano per liberarsene, buttandoli nella polvere con un urtone. Altri, fermatisi per asciugarsi il volto sanguinoso, toccavano nuove percosse dagli ufficiali, che vedeano in quell'atto una protesta. Il reggimento, così camminando, arrivò a una porta della città. Ne uscì in quel punto un aiutante di campo a cavallo e s'avanzò di carriera verso il colonnello. Dopo un istante si propagò un grido fra gli ufficiali: — Il principe! Il principe! — Il reggimento fu fermato e schierato in un baleno; i soldati ch'erano indietro, cacciati innanzi a spinte, quelli stesi in terra afferrati pel collo e tirati su. Fu dato il comando: — Presentate le armi! — Il principe si avanzò, bello, fresco, allegro, seguito da cinque ufficiali che guardavano le signore alle finestre; diede uno sguardo di compiacenza alle prime compagnie, fece un complimento ai primi capitani; e non era ancora arrivato davanti al mezzo del reggimento, quando di fila in fila corse una voce sommessa, come un ordine ripetuto, e dopo un istante, da quei mille petti sfiniti, da quelle mille bocche arse, uscì un grido lungo, stanco, straziante, accompagnato da un sorriso di sarcasmo amaro, un grido che aveva qualcosa della risata d'un pazzo e del rantolo d'un affogato: — Viva il principe! — Il colonnello fu invitato a pranzo....„

Arrivato qui, ripiegò il foglio e disse: — Hai capito? I preti ti danno delle chiacchiere; io ti do delle verità sacrosante e stampate. Che cosa te ne pare?

Carlo non rispose, e rimase per lungo tempo immobile colle braccia incrociate sul petto e cogli occhi fissi sul giornale. La sua risoluzione, però, non era ferma ancora quanto egli voleva far credere a sè stesso. Qualche cosa di bello e di grande gli era passato nell'anima ed egli se ne sentiva ancora sconvolto e quasi sgomentato.

XII.

Ma la parola fredda, sarcastica e perfidamente ostinata di Marco non tardò a vincere le ultime resistenze del suo cuore. Per più giorni, quello gli stette accanto, continuando a stillargli il veleno nell'anima; lo conduceva la sera a passeggiare per i viottoli dei monti intorno al villaggio; e là gli tesseva flemmaticamente, l'un dopo l'altro, lunghi racconti di prepotenze, di sevizie, di disperazioni, e di soldati impazziti o suicidi, esponendo con voce compassionevole mille particolari irritanti, fin che strappava dalla bocca della sua vittima un grido di sdegno o di rabbia, e allora soggiungeva in tuono di consolazione: — che non erano però casi di tutti i giorni. — E così Carlo s'andava fortificando sempre più nella risoluzione di sottrarsi a qualunque costo alla leva. Ma quando fissava la mente nel pensiero della diserzione, l'idea delle difficoltà, dei pericoli e dell'incertezza del suo avvenire lo spaventava. E una sera non potè trattenersi dal dirlo all'amico, col quale, fin allora, s'era mostrato sempre fermo e tranquillo nel proposito di disertare. Passeggiavano per i fianchi d'un monte; il sole era tramontato; nessuno dei due parlava. Carlo guardava sotto, nella valle, il suo piccolo villaggio, dove cominciava a brillare qualche lume, e da cui gli veniva all'orecchio un gridìo confuso di ragazzi. Il pensiero che tra pochi giorni avrebbe dovuto dire addio, forse per sempre, a quella valle, a quelle case, a Camilla, a tutte le memorie della sua famiglia e della sua infanzia, gli strinse il cuore tutt'a un tratto con una grande violenza; si fermò; mise un sospiro profondo, e passandosi una mano sulla fronte che gli bruciava. — Eppure — esclamò con voce commossa — partire... abbandonar tutto, tutti... andare... chi sa dove... chi sa per quanto tempo... solo per il mondo... inseguito... ah! è troppo dura, sento proprio che è troppo dura! —

Marco lo guardò e non rispose.

Si rimisero in cammino.

Fatti alcuni passi, l'amico brontolò con un accento ostentato di noncuranza, come se dicesse una cosa affatto indifferente:

— Non ci sarebbe mica bisogno di girare il mondo.

— In che maniera? — domando Carlo fermandosi, in atto di seria curiosità.

Marco lo guardò fisso e poi gli domandò alla sua volta: — Sei un uomo?

Carlo fece un gesto.

— Ebbene — disse Marco, e mettendogli la bocca all'orecchio, pronunciò alcune parole sommesse.

— Mai fin ch'io viva! — gridò Carlo tirandosi indietro bruscamente e facendo un atto vigoroso di rifiuto.

— Mai. — rispose pacatamente l'amico — è una parola presto detta. La cosa merita qualche riflessione. Non si tratta mica della vita. Io ho creduto di darti un suggerimento d'amico. Mi pare che sarebbe un mezzo d'accomodar tutto. Pensaci. Del resto, vedi, io me ne lavo le mani. Nelle peste ci sei tu in fin dei conti, non ci sono mica io.

E continuarono a scendere, verso il villaggio, in silenzio; Marco tranquillo; ma Carlo profondamente agitato.

— Potrei contare sopra di te? domandò questi, con una voce che non pareva la sua, quando furono sul punto di separarsi.

— Tutto quello che può fare un buon amico e un uomo d'onore — rispose Marco mettendosi una mano sul petto — ti prometto che lo farei.

Carlo gli fissò negli occhi un lungo sguardo, gli strinse la mano e disparve.

XIII.

Passaron cinque giorni che furono per Camilla un'angoscia continua. Carlo passava una gran parte della giornata coll'amico; con lei parlava di rado e poco; ma incontrandola le porgeva sempre la mano o le faceva una carezza: cosa insolita. Essa però non si lasciava illudere. In quegli atti affettuosi le pareva di scorgere come un bisogno ch'egli sentisse di farle coraggio e di darle forza a sostenere la prova; non gli vedeva più nel viso la sospensione d'animo dei giorni passati; gli vedeva la trista fermezza d una risoluzione presa. Egli passava molte ore solo, seduto all'ombra d'un albero, pensando, colla testa appoggiata sopra una mano; parlava spesso e gestiva da sè; e qualche volta contraeva il volto, come all'apparizione improvvisa d'una immagine orribile. Camilla, tremando, ne seguiva cogli occhi ogni passo e ogni gesto; appena egli usciva di casa, correva nella sua camera a vedere se ci fosse nulla di mutato; lo fermava a volte sull'uscio, gli teneva dietro, si faceva scacciare, lo cercava, lo chiamava. — Cosa pensi? — gli domandava dieci volte l'ora. Ed egli rispondeva sempre; — Nulla! —

Venne la vigilia del giorno della visita: il dì appresso Carlo doveva andare in città, al Consiglio di leva, per esser visitato dai medici. La mattina, appena alzato, era un po' più inquieto e un po' più pallido del solito. Uscì per tempo, ritornò poco dopo, armeggiò qualcosa nella sua camera, e uscì daccapo. Camilla corse per vedere; la porta della camera era chiusa; essa pensò che avesse preparato i suoi vestiti per partire. Non c'era più dubbio: voleva disertare nella notte. Lo rivide qualche ora dopo, immobile in mezzo a un campo, colle braccia incrociate sul petto; lo vide un'altra volta nella strada coll'amico; sull'imbrunire tornò a casa. Camilla lo fermò accanto alla porta, lo afferrò per le mani, e gli disse a bassa voce, risoluta, con un accento in cui si sentiva tutto lo strazio dell'anima sua: — Carlo, io non posso più vivere così! Dimmi che farai il tuo dovere! Non mi ridurre alla disperazione! Te ne scongiuro, parla, dimmi cosa pensi!

— Nulla.

— Non è vero! Tu vuoi fuggire!

— No!

— Sì, lo capisco, lo so, tu vuoi fuggire stanotte! Tu sei senza pietà! Tu vuoi farmi morire!

— Zitta! — mormorò Carlo guardando intorno.

— Non posso tacere, ho bisogno di parlare, se ho da morire non voglio morire tacendo! Carlo! — e cadde in ginocchio — io non mi alzo di qui se tu non mi giuri prima che non m'abbandoni, che andrai in città, che farai il soldato, te ne scongiuro, in nome del bene che ti voglio, in nome di tuo padre, di tua madre, di Dio!

— Lo giuro, — disse Carlo, facendole cenno che abbassasse la voce.

— Lo giuri? — gridò Camilla balzando in piedi, e mettendogli le mani nelle spalle, — giuralo un'altra volta.

— Lo giuro.

— Giuralo per tua madre!

— Lo giuro per mia madre, per mio padre, per chi vuoi, centomila volte; che cosa t'ho da dire di più? —

Camilla lo guardò fisso, lasciò cadere le braccia e mormorò in accento di profonda costernazione: — Non ti credo, hai qualche cosa negli occhi che non mi lascia credere. Va! — gridò con un impeto improvviso, dando in uno scoppio di pianto. — Sei un tristo! Sei un uomo senza cuore! Va! Va pure! Lasciami morire!... Ah no! no, Carlo, fermati! per pietà! — e lo fermò e gli gettò le braccia al collo; — perdonami! Io non posso più vivere così! Abbi compassione della tua Camilla!

— Per quanto ho di più sacro al mondo, Camilla, — esclamò Carlo, sciogliendosi da lei e allontanandosi; — ti giuro che non fuggo! —

Camilla senza badare a quest'ultime parole, colta all'improvviso da un'idea, si ravviò i capelli, si asciugò gli occhi, e corse difilata alla casa del Curato. Entrò, si gettò ai suoi piedi; gli raccontò ogni cosa, concluse: — Sono nelle sue mani, salvi me dalla disperazione e lui dalla rovina. —

Il Curato pensò lungamente prima di rispondere; poi domandò se Carlo era andato a casa: Camilla rispose di sì. — Allora va, — disse, — e vedi di non lasciarlo uscire per un'ora; al resto ci penso io. — Camilla uscì di corsa. Il Curato prese il cappello, andò dal maresciallo dei carabinieri ch'era un vecchio e franco soldato, e lo pregò amichevolmente di far guardare la casa di Carlo durante la notte, e gliene spiegò la ragione. Il maresciallo, mettendo fuori una grossa voce (non la sua naturale, ma una artefatta che usava solamente in servizio), chiamò due carabinieri, diede l'ordine brontolando, e poi soggiunse tra sè, accendendo la pipa: — Eppure il cuore me lo diceva che un giorno o l'altro avrei dovuto aver da fare con quella faccia proibita.

XIV.

Erano le nove di sera. La famiglia di Carlo e di Camilla stava in una piccola stanza a terreno, intorno a una tavola; Camilla era seduta in un canto, dove arrivava appena il lume d'una lucerna, che serviva per tutti. Carlo era nella sua camera; una piccola camera a terreno nella casa dei padroni, che si trovava dirimpetto a quella dei contadini, dove stava Camilla, e c'era l'aia framezzo. La poveretta, benchè il Curato non le avesse detto che cosa intendesse di fare per distogliere il giovane dalla sua risoluzione, pure confidava. Si affacciava tratto tratto alla finestra, la nebbia era fitta: non si vedeva nè stelle, nè campagna; la sola finestrina illuminata della stanza di Carlo rompeva l'oscurità. Camilla la guardava fissamente, senza quasi batter palpebra, e ora le pareva che s'allargasse come la bocca d'una grande fornace, e si movesse verso di lei; ora la vedeva rimpiccolirsi fino a parere appena un punto luminoso, che s'andava allontanando. Tutto era quieto nell'aria, pei campi, in ogni parte; non si udiva che qualche rara voce lontana, o un tintinnìo di sonagli che mandava qualche tardo armento dalla via.

A un tratto gli parve di sentire un passo sull'aia; guardò attentamente, e vide in fatti muoversi qualcuno. Le balenò il sospetto che fosse Carlo, fece un passo come per slanciarsi fuori; ma s'accorse nello stesso punto che l'uomo andava verso la casa, e disse tra sè: — È il Curato! — e respirò. Dopo qualche momento vide' due ombre nere disegnarsi sulla parete della stanza di Carlo, e ripetè: — È lui! —

Era invece Marco.

Camilla si rimise a sedere nel suo cantuccio dicendo ai suoi parenti: — il Curato è andato a trovar Carlo. —

I parenti che avevano letto anch'essi in viso a Carlo il pensiero di qualche diavolerìa, benchè non se ne curassero gran fatto, risposero: — Bene, purchè riesca a mettergli la testa a segno. —

Dopo un po' s'alzarono tutti insieme e si congedarono da Camilla, dicendole: — Se viene il Curato fallo entrar tu, e digli che siamo andati a letto, che s'era stanchi, e ci compatisca, e dàgli la buona notte per noi. Tu, piccino, resta a fargli compagnia.

Il fratello di Carlo rimase.

Un minuto dopo picchiarono all'uscio. Camilla andò ad aprire; era il Curato. Lo guardò in viso, per leggergli a che fosse riuscito. Egli che, passando, aveva visto i due carabinieri di sentinella, soddisfatto dell'opera sua, sorrise. Camilla, notando quel sorriso, pensò: — C'è riuscito! — e gli prese una mano, e gliela baciò con uno slancio di gioia e di gratitudine.

Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri. Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva rumore sull'aia.

Il Curato discorreva di Carlo.

— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma bisogna pigliarla come una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene, quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia, questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro, perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla e ridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....

— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.

Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi. Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura deserta, si disponeva su tre lati, lasciando il quarto vuoto e lì c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette; si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caro Piemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti coll'anima più serena e col cuore più forte....

In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.

Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:

— Giù. —

Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.

Poi un'altra volta risonò quel grido di malaugurio: — Giù! —

E subito dopo un colpo forte come di una pesante caduta dall'alto, e nello stesso punto un altissimo grido di dolore seguìto da un lungo e sordo lamento.

Il Curato, Camilla, il ragazzo, agghiacciati dallo spavento, si slanciano sull'aia verso la camera di Carlo.

Non sono ancora arrivati alla porta che sentono dall'altra parte della casa un colpo di fucile.

Presi da nuovo spavento, quasi fuori di sè, gettando alte grida, si precipitano verso la porta; la porta è chiusa. Picchiano, gridano: nessuno risponde. Nella camera di Carlo c'era sempre il lume. Ricominciano a picchiare: nessuna risposta. Gridano aiuto, e arriva allora un carabiniere, esclamando: — È preso!

— Chi è preso? — domandarono ad una voce Camilla ed il Curato.

— S'è sentito un grido, — rispose il carabiniere, — un grido come d'un uomo assassinato, e un momento dopo un uomo è saltato giù dalla finestra nel campo, e via di corsa. Noi dietro gridando: — Ferma! — E lui non risponde e continua a correre. Noi abbiamo pensato: — È l'assassino. — Si grida ancora: — Ferma! — Non risponde. Allora il mio compagno ha tirato un colpo di pistola, l'uomo è caduto, siam corsi; era Marco il liquorista, la palla gli ha spezzato il braccio.

— Carlo! Carlo! — prese a gridare disperatamente Camilla, picchiando coi pugni e raschiando colle unghie la porta.

Sopraggiunsero in quel punto i contadini con vanghe e accette e in pochi momenti atterrarono la porta, e si precipitarono nella stanza, Camilla la prima. Videro Carlo steso supino sul letto: guardarono il tavolino era sparso di sangue; guardarono in terra, un lago di sangue; s avvicinarono al letto, era tutto macchiato di sangue. A un tratto Camilla si sentì qualcosa sotto un piede, si chinò, lo raccolse, guardò.... e gettando un urlo straziante di terrore e di ribrezzo, cadde svenuta.

Aveva raccolto il dito indice della mano sinistra di Carlo.