Nel ringraziarlo della sua cortese compagnia, la signora Argellani aveva detto a Laurenti come ella si sentisse stanca e pensasse di andare a riposarsi di buon'ora. Donde avvenne che quella sera, rotte le sue consuetudini, il giovine rimase come un pesce fuor d'acqua, nella agonia della incertezza, che è la peggiore di tutte. Dopo il desinare andò a passeggiare pel giardino, ma non c'era nè luce, nè aria, nè fiori per lui. Uscì per la città, ma non sapeva dove andarne a parare; tornò a casa e aperse un libro, ma non potendo reggere alla lettura, uscì di bel nuovo, e andò viaggiando all'impazzata, in uno stato d'animo che gli innamorati intenderanno; temendo e sperando, facendo e disfacendo senza posa castelli in aria, d'ogni forma e d'ogni misura.
Come a Dio piacque, giunse la notte, e colla notte un po' di sonno. Il mattino seguente, quattordici ore erano passate, e cotesto parve un sollievo a Laurenti, il quale scese per tempissimo in giardino ad inaffiare le sue piante, e poi, per far ora, se ne andò ad erbolare su pei terrapieni, fuor delle mura.
Egli aspettava le dieci con impazienza, e intanto, cercava di ingannare il tempo, sradicando giusquiamo, euforbia e cicuta. Quella mattina era consacrata proprio allo studio dei tossici. Suonarono le dieci, ed egli non si mosse di lassù castigando sè stesso con altre due ore di quel molesto indugiare; di guisa che, allorquando fu per tornarsene a casa, già era il tocco dopo il meriggio.
--C'è stato nessuno a cercar di me?--chiese egli al servo.
--Non so;--rispose questi.--Io sono stato fuori per tante cose, e sono tornato poco fa.
Laurenti entrò in casa coll'animo scombuiato, e stringendo i pugni dentro le tasche della spolverina.
--Ah!--esclamò la governante, appena ebbe veduto il padrone.--Che cosa ha, che le vedo gli occhi così stralunati?
Crollò le spalle a quella dimanda della donna, e si volse alla scala per salire nelle sue stanze; ma non aveva anche posto il piede sul primo scalino, che il servo si fece innanzi per presentargli i giornali e le lettere tolte dalla posta.
--Sta bene.... Ma qui c'è una lettera che non viene dalla posta. Chi l'ha portata?
--Il giardiniere di casa Argellani;--rispose la governante.
--E perchè non dirmelo subito, che ci era questa lettera? E' poteva trattarsi di cose rilevanti....
--Ma se Vossignoria è giunta appena adesso.... Non ho avuto ancora il tempo di parlarle....
--Benissimo; avete ragione.
E così dicendo, salì frettoloso al piano superiore; corse nella sua camera, e andatosi a sedere presso la finestra, ruppe il suggello, cavò un foglio scritto su tutte le quattro facce, d'una scrittura fitta e sottile, che cominciava colla parola amico e finiva col nome della signora Argellani. Ora, come gli tremassero le dita, e come il sangue gli rifluisse veloce dal cuore alle tempie, sel pensi ognuno che abbia ricevuto la prima lettera di una donna amata.
La prima lettera d'una donna amata! E' non v'è cosa al mondo che valga questo preziosissimo dono. Pensare che quella mano sulla quale imprimereste tanti baci, si è appoggiata sulla carta per formar quelle lettere; che quegli occhi, dai quali implorate uno sguardo fuggevole, vigilavano la scrittura; che quella mente, nella quale vorreste regnar solo, dettava i pensieri e le parole; e tutto per voi, non pensando che a voi! Egli è perciò che le cose di minor rilievo, i nonnulla, acquistano un pregio grandissimo; le virgole che determinano il più semplice concetto, parlano un'arcana favella all'anima vostra; uno svolazzo di penna, la filettatura di una maiuscola, sembrano dirvi «ti amo» poichè tutta quella gentile fatica è stata fatta per voi, non pensando che a voi.
Anelante, turbato, Laurenti spiegò il foglio e lesse la lettera della donna gentile.
«Amico,
«Consentite che vi scriva, poichè non mi verrebbe fatto dirvi a voce
tutti i nuovi e confusi pensieri che mi vanno turbinando nella
mente. Ho bisogno davvero di vederli uscir neri dalla penna in
parole formate, per raccapezzarmi io medesima in questo tumulto di
sentimenti, in questo brulichio di nuove paure e di nuovi desiderii.
Forse, anco volendo e potendo, non ardirei farvi la confessione che
ora commetto alla carta.
«Debbo ringraziarvi, amico mio? Sì certamente, perchè voi siete
stato l'angiolo consolatore nelle tenebre della mia agonia,
aiutatore, benefattore accettato e deriso ad un tempo, imperocchè io
ho sfruttato i soccorsi momentanei della vostra scienza ribellandomi
poi a tutte le sue lontane deduzioni e cercando in cuor mio di farla
mentire. Il ringraziarvi non è dunque altro che un rendere
giustizia, abbenchè tarda, alle vostre cure amorevoli.
«Io (quasi arrossisco a dirvelo) non desidero più di morire. E non
m'abbiate, per carità, in conto di una paurosa femminuccia! La scena
del mondo aveva orizzonti nuovi, che io, chiusa tutto intorno da
nuvole fitte, non avevo saputo scorgere. Voi, medico pietoso
dell'anima, avete squarciato un lembo di quegli uggiosi vapori, nei
quali io stava per addormentarmi, disperatamente tranquilla, e
m'avete fatto trapelare in lontananza il cielo sereno.
«È una assai triste cosa la morte. In quella che voi parlavate, io
mi sono misurata nella buca, ed ho veduto che ci si stava a disagio.
Inoltre, quel silenzio immane, pesante come una cappa di
piombo.... ed eterno, mi parve orribile, orribile! Chi lascia
ricordanza ed affetti dietro di sè, può morire. Forse la certezza
del rimpianto altrui, fa della morte una raffinatezza di voluttà. Ma
soli, soli sempre, e nulla che ci ricordi.... e dal mondo, per cui
si muore, nessun profumo che salga fino a noi, triste cosa per
fermo, eterno ghiaccio che ci avviluppa, e, siccome avete detto voi
così acconciamente, ne uccide due volte!
«Egli m'è sovvenuto di certa leggenda antica, di que' poveretti che
andavano al camposanto sepolti senza lenzuolo, e il dì dei morti,
uscendo da terra per andare a salutare i parenti e gli amici, non
avevano un cencio di che coprire le loro miserevoli nudità. Vedevano
i compagni, ben coverti dalla pietà ricordevole dei superstiti,
valicar leggieri la soglia del camposanto e correre colla brezza
notturna fino all'abitato, per deporre un freddo bacio sulla fronte
dei cari viventi, raccolti a meditazione dintorno al focolare
domestico. Ed eglino, poveretti, nulla! Eglino, dimenticati dal
mondo, erano costretti a rimanersi vergognosi nel sacro recinto, e a
richiudersi intirizziti nella fossa.
«Vedermi morta là dentro, senza affetto, senza rimpianto, vedermi a
dormire ignorata, obliata in eterno, senz'altro compenso della
comune allegria dei superstiti, che una menzogna scolpita sul marmo,
argomento al sogghigno dei riguardanti curiosi, fu una amara
lezione, della quale io vi sono debitrice.
«Ma dove avete imparato voi, cuore di donna in petto virile, il
segreto di scuotere la fibra intorpidita dall'agonia, di cogliere un
dolore nel profondo, di irritarlo, di cacciarlo da tutte le sue
ridotte, suscitando a congiura tutte le ire dormenti, tutte le
speranze affievolite di un'anima che più non intendeva sè medesima,
e soffocarlo, nell'impeto supremo di tutte quelle forze collegate? È
la scienza forse, che vi ha fatto indovino, mago e ricreatore di
spiriti?
«Vi ricordate di quei bambini che si trastullavano sulla porta del
cimitero? Ohimè, come la vita è vicina alla morte! ma, per contro,
come il rimedio è provvidenzialmente vicino al male! Cari
fanciulli! Essi non sanno nulla della vita; ignorano se dalle sue
battaglie deriverà ad essi la morte o il trionfo, il dolore o la
gioia; ma vivono e sorridono, e più tardi, giunti all'età
dell'affetto, avranno desiderii e speranze, conformi alla legge che
tutti trascina. Certo avranno a patire, e taluni anche a desiderare
di non esser nati mai. E frattanto, il far del bene a costoro, anco
per renderli infelici, è un bisogno dell'anima, ufficio gentile
della virtù e fonte di gaudii ineffabili. La rondinella che porta
pagliuzze al nido e cibo ai figli seminudi, adempie al precetto
dell'amore e fa opera buona, anco se intenda che quei poveri
pennuti, appena potranno volare, affaticheranno vanamente le ali per
lunga distesa di mari, o cadranno fulminati dal piombo del
cacciatore crudele, che addestra l'occhio e la mano ad uccidere le
indifese creature di Dio. E Maddalena vive maternamente così; ella
soffre in pace e spera che il suo Giovannino rassomigli a Sandro, al
continuo argomento de' suoi affettuosi pensieri.
«Vo' fargli del bene, al Giovannino, se vivrò. Egli del resto non
dovrà serbarne gratitudine a me, sibbene a voi solo, mio nobile
amico, che avete guidato i miei passi.
«Quante belle cose sono da farsi nella vita! Sì, credo anch'io che
si possa vivere senza l'amore. Davanti al sepolcro di Caterina
Stella ho pensato, pesato anzi la vacuità di questi affetti
fuggevoli, che non sopravvivono alla morte, spesso nemmeno alla
gioventù e non valgono il sacrifizio di noi medesimi.
«Anch'io penso con voi che v'abbiano buoni e malvagi nel mondo, e
che bisogni amare i buoni, dimenticare i malvagi. Anche i buoni sono
deboli, ed hanno il loro lato gramo, quello in cui la materia vile
predomina. Perdonare, non dimenticare il male che si fa; comportare
le debolezze, render giustizia alle virtù; non disperare della
specie umana, far del bene, operare insomma, operar sempre, e non
curarsi del premio; è questa una buona e consolante dottrina.
«Cotesto pel cuore. Per ciò che riguarda la mente, è conforto
grandissimo, e gaudio dell'intelletto che riverbera su tutta
l'esistenza, studiare, indagare il vero in ogni ragione di cose,
diventar lucidi come il prisma, poter come esso rifrangere la luce
più pura, e scomporla in sette colori.
«Ah, noi donne siamo pur disgraziate! Nessun lavoro di educazione,
nessuna voce amica ci chiama a queste regioni dove saremmo tanto più
felici quanto più ci sentiremmo nobili. In quella vece ci si
rinchiude nella cerchia dei mezzi conforti della mente, dei mezzi
gaudii del cuore, nè certo i più eletti, e poi ci si comanda di
vivere!
«Infine, che vi dirò? Voi mi avete disvelata a me stessa; io mi
sento, per opera vostra, rivivere, e voglio vincere, se fia
possibile, il male, che uscito dallo spirito, mi regna ancora nel
sangue. Fate voi; la vostra scienza mi aiuti.
«Come vi ricompenserò? Voi non badate a mercede. Appena vi ho
scorto, v'ho inteso amico sincero, e pietoso a me per comunanza di
affanni. Voi avete molto patito, ma, forte per natura, armato di
ingegno e di virtù, vi siete sollevato di per voi nelle più alte
regioni, dove non giungono i grossi vapori della materia, e operate
il bene per la necessità dell'animo vostro. Che cosa potrei io
profferirvi? E che cosa avrei io da profferirvi, che già non
abbiate, vo' dire la contentezza interna, il sorriso sereno della
vostra coscienza?
«Addio! L'orologio suona le nove, e mi sento spossata. Vo a letto, e
dormirò tranquilla, aspettando che questa lettera vi giunga domani
per tempo. Voi siete mattiniero, e la leggerete mentre io dormirò,
forse sognando di essere risanata da voi. Addio, dunque vi aspetto.
«LUISA».