Damiano: Storia di una povera famiglia · Giulio Carcano

Chapter 2: Capitolo 2

Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso, s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero, riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al suo posto, a veglia del padre.

Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre, al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità della morte.--Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete inspirarmi l'amore e la fede!

In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa, destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa, s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni, quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate, poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere, nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii, anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico suo!

Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano tessuto il suo sogno di quell'ora:--O Lorenzo, disse, che begli anni furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?

--Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco l'antico granatiere.

--Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi pareva tutto mio!.... lo interruppe malinconicamente l'infermo.

--Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro. Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra legione vedeva il fuoco per la prima volta.... Ma non abbiam dato addietro un passo, noi.... te ne ricordi?...

--Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là....

--La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline.... Io non so quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle bocche d'artiglieria.... Di', non le hai ancora negli orecchi le parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole che la storia non cancellerà più?....

--Sì, sì! disse il malato: »Questa legione, e parlava di noi, che vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria....

--Essa, seguì l'amico, s'impadronì di quattordici pezzi di cannone, sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati.

Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita, dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo sollevando la spada che posava tuttora sul letto:--Da quel giorno, disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi vedemmo la prima volta Bonaparte.... Passò a cavallo, vicino alle nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento.... Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!.... Posso ancora morir contento.

--E Gorizia?... ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non erano fuggiti!... E quella povera madre, con due bambini in collo, me la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San Daniello?... e Osopo?... e Gemona?

--Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù.... Allora, lo confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento....

--Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno? più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore, anche tu avesti il cuor buono e forte.

--E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar fortuna in Egitto.... E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini, peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco....

--E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni di gloria troppo presto passati per noi!...

Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano; rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que' due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore e il grado d'uffiziale.... Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis, allora non trovarono più parola.

E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar qualche lagrima in silenzio.

Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo colloquio coll'antico suo compagno d'armi.

Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un sospiro a ringraziarne il cielo.

Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine. Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo dai guanciali; e le parole formando a fatica:--Ora, disse, posso andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore antiche.... Ricordati, Damiano, di tuo padre!--E altre voci rotte, che molto volevan dire, gli uscivan di bocca:--Il mio nome.... la mia spada... sangue italiano... giura, o mio figlio!

--Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete dire e vi giuro....

--Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:--Chi m'avesse detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!... Meglio se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!... Ma vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto.... oh! morire così è troppo seria cosa....

--Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale....

--Zitto!... riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più vicino.... ho una preghiera a farti.--E aprendosi lo sparato della camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul cuore.--Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno....

--Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era finito.... Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non avremmo restituite le nostre bandiere!...

--Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza lasciarti nulla.... oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il custode di questa reliquia.--E levatosi il piccolo involto di ceneri che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:--Bada, Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me.... son trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un arnese inutile.... Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè Celso, nè la povera Stella... è la Provvidenza che ha mandato loro un po' di sonno.... Addio Lorenzo, addio Damiano....

--Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi, proruppe con soffocata angoscia il giovine.

--Che ora è?... disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per l'ultima volta.

--È passata la mezzanotte.

--Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che dicono ch'egli è morto.... sono contento di far l'ultimo passo anch'io nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia, dov'è il ben di tutti!...

E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.

Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore, ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide, non rispose più.

Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo; stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì di corsa a chiamare il prete.

Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore, l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo, le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro. Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua, di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare, morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e povertà. Ma il Signore che disse: Beati quelli che piangono, tiene conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del Creatore, ritorneranno a Lui.

Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo spirito e la vita all'immortalità?

Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente vecchio, il prete proferiva le parole del rito:--«O Dio, Padre onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo spirito suo.»

E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima cristiana dell'eterna sua destinazione.

Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo, o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»

Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.

Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste Gerusalemme.»

L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile, colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima occhiata disse loro l'addio.

Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.

--«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le insegnino la via e le aprano le porte della giustizia....»

L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale, col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa. Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via, dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.

Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del sagrestano presso al padre loro.

La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto dell'estinto soldato di Napoleone.

Era l'alba del cinque maggio.