Cristina · Matilde Serao

Chapter 3: Capitolo 3

Nella poca luce della lampada che ardeva dinanzi a una immagine dell'Assunzione, Cristina, seduta accanto al letto, stava immobile. Il moribondo giaceva, senza cuscini, con la testa appoggiata al materasso, per impedire l'affluenza del sangue al polmone. Il lenzuolo che lo copriva, macchiato qua e là di sangue, si sollevava appena, sotto un respiro debolissimo.

— Come va? — domandò il medico, piegandosi verso la fanciulla.

— Sempre lo stesso — rispose ella, con un soffio di voce.

— Ha chiesto neve da mangiare?

— Sì.

— Avete rinnovato le vesciche di neve sulla ferita?

— Sì.

— Dà molto sangue?

— Molto: tre asciugamani, da oggi.

Il medico tacque, per poco, come pensando. Poi si chinò sull'ammalato.

— Dorme — disse.

— Non dorme: ogni tanto apre gli occhi.

— La febbre non è forte, per l'infiammazione: solo trentanove gradi e mezzo — riprese lui, come parlasse a se stesso.

Ella non parlò.

— Ritornerò questa notte. Perchè non andate un po' a letto?

— No — disse Cristina.

Egli uscì in punta di piedi, ella rimase di nuovo sola accanto al morente. Da trentasei ore non era mai uscita da quella camera dove lo aveva trasportato: o stava immobile, seduta accanto al letto, o andava e veniva per la stanza, pian piano, come un'ombra, portando le bende, la neve, le compresse. Agiva macchinalmente, senza pensare, sentendosi la testa vuota e rigonfia; agiva come per istinto, indovinando quello che si dovesse fare. Ma non si ricordava più, non giudicava più, non capiva più niente. Quello che le dava uno spavento, ogni tanto, erano gli occhi del ferito che si riaprivano lentamente e la fissavano a lungo, con una intensità di vita profonda. Ella chinava i suoi occhi, ma si sentiva guardare, e le pareva che fosse già morto, che morto la guarderebbe sempre così, con quello sguardo concentrato. Era entrato due o tre volte il padre, a chiedere notizie; ella aveva risposto con qualche monosillabo: e più nulla. Sola, con quell'agonizzante! Come si avanzava di nuovo la notte, vide che agitava un poco le dita della mano sinistra, lungo il lenzuolo. Si chinò su lui: nello sguardo vi era una preghiera ardente. Intese: gli dette la mano. A poco a poco il calore di quella mano febbrile si comunicò alla sua, salì al braccio, si diffuse per la persona: ella arse della stessa febbre. Due volte cercò di ritirare la mano, ma le dita dell'infermo la trattennero, debolmente; ella non osò più muoversi. Si sentiva presa, irrimediabilmente, avvinta a quel moribondo, arrivando a respirare lieve lieve, come lui, sentendosi la bocca riarsa, come lui.

— Morirò, come lui — pensava.

Per quattro ore egli non le lasciò mai la mano; immobilizzata, senza voltare la testa, ella sentiva che il braccio le si paralizzava lentamente.

— Così si muore, forse — pensava.

Ma quella mano, che non la lasciava più, diventava sempre più calda, era rovente come un ferro infuocato, parea le corrodesse la pelle e la carne della mano, facendo una piaga profonda. La febbre del ferito cresceva; egli apriva gli occhi, ma non li fissava più su lei, li stravolgeva, guardando la lampada, guardando il soffitto. Non aveva fiato per parlare, il ferito, ma si vedeva che il delirio gli era salito al cervello. Oh era stata presa, per forza, da quel moribondo, si sentiva fatta cosa di lui, gli apparteneva, non poteva nè strillare, nè parlare, nè fuggire, nè divincolarsi: era sua, il moribondo se l'aveva presa.


Egli fu trentasette giorni in pericolo di vita; l'emorragia era cessata, ma la febbre d'infiammazione era gagliarda; egli delirava ora a voce alta, chiamando Cristina la sua sposa, la sua cara sposa, la sua fidanzata.

— Non lo contraddite — disse il medico.

Non lo contraddiceva: chinava il capo, Cristina, e impallidiva. Il senso della realtà ritornava in lei, facendola acutamente soffrire.

— Vuole sposarvi — le disse un giorno il medico; — che ne dite?

— Non so, non so...

— Tanto ha da morire: dategli questo conforto.

Ella tacque: non lo aveva sentito, in quella notte, che il moribondo la voleva, che il moribondo se la prendeva?

— Dottore, morirò anche io — disse poi.

— Ma che, ma che! Sarete la vedova di un suicidato, ecco tutto. È un romanzo.

Il romanzo, la stravaganza, la follia, era quello che le aveva sempre fatto paura! Ora, lanciata in questo vortice, non poteva salvarsi più.

— Sposalo, figlia mia — disse suo padre, sospirando, invecchiato di dieci anni. — Non restiamo con questo rimorso: tutta la città ti accusa di questo suicidio.

— Sposalo, Cristinella — disse don Ciccio Cannavale, il padrino; — ha voluto morire per te, poveretto.

— Sposatelo, figlia mia — disse il confessore — se no, egli muore in peccato mortale. Fate dannare un'anima.

Non era il romanzo, questo matrimonio, fatto nella stanza di un ammalato, in un momento di lucido intervallo? Era questa tragedia quella che lei aveva sognata, forse? Quello che lei aveva sognato era lontano, non tornava più, non era più possibile che ritornasse, il moribondo se l'aveva presa, era sua moglie, ora, la moglie di un suicida agonizzante, sarebbe stata la vedova di un suicida. Dove era Giovannino? Forse che aveva mai esistito Giovannino? Per fortuna quel suicida che era suo marito, se l'avrebbe portata giù, nella fossa, dove non ci sono più romanzi.

Il comico di tutto ciò fu che Peppino Fiorillo guarì.